28 gennaio 2021

SUBIACO E LA VALLE DELL'ANIENE DURANTE IL 1944


Recupero di un post pubblicato nel 2010 sul blog

Anio Novus notizie e storie di Subiaco e Valle dell'Aniene

che ritengo sia una memoria interessante per ricordare le vicende della seconda guerra mondiale proprio a Subiaco e nell'alta valle dell'Aniene. Purtroppo il post è stato caricato da "Anonymous" e ci dobbiamo accontentare solo di citare il link ma non il suo autore.

Come immagine ho trovato una foto interessante pubblicata sul gruppo pubblico di Facebook "ROMA CITTÀ APERTA - Gli anni della guerra", che immortala un momento del bombardamento di tredici ore del 30 maggio del 1944; nella cosiddetta "Battaglia delle cave", viene bombardata un'autocolonna tedesca, in ritirata da Cassino, per 13 ore consecutive: dalle 5:30 del mattino fino alle 19:00 della sera. Nella foto, alcuni mezzi tedeschi distrutti dal bombardamento.


La Battaglia delle cave - Subiaco 30 maggio 1944

Ecco il testo del post che ho recuperato,


Il tempo scorre come un fiume, ma l’Aniene non dimentica


E’ il motto che accompagna il logo della Rete per la storia e la memoria della Resistenza nella Valle dell’Aniene, con sede nel Comune di Castel Madama). (www.anieneresistenza.com)

“Il tempo scorre come un fiume, ma l’Aniene non dimentica”. È una bella frase polisemica, quindi “difficile”, inventata da uno studente di oggi.

Per commentarla  possiamo ricorrere alle testimonianze dirette e indirette sui fatti, e soprattutto sulle emozioni e i sentimenti, che sostanziarono la Resistenza nella Valle dell’Aniene.

Resistenza significò anche sofferenza, da parte soprattutto della povera gente. Dichiariamo le intenzioni - che sono schiettamente educative - di questa piccola indagine psico-sociale sul versante dei sentimenti, emozioni, affetti, di ieri, durante i mesi della Resistenza nella Valle dell’Aniene; e oggi, quando questi sentimenti, depurati dal filtro dei valori condivisi e senza odio, tornano a rivivere poggiando sulla storia, cioè sui fatti oggettivi veramente accaduti tra noi nel 1944. Il nostro obiettivo è rinsaldare in noi, attualmente residenti e operanti lungo le rive dell’Aniene, il rifiuto dell’odio, della discriminazione razziale, della violenza imperialistica e guerrafondaia, della prepotenza politica. Questa è la Resistenza di oggi. Questo ci sta a cuore.

Il tempo scorre come un fiume…”: certo, è una metafora ben radicata nella nostra cultura e saggezza popolare. Il fiume porta  via tutto, il bene e il male, inducendo all’oblio e all’indifferenza. Così pare. Anche del tempo si può dire che cancella tutto … ovviamente l’importante è che le popolazioni alle sponde del fiume siano veramente consapevoli del presente e del “passato che non passa”: abbiano, cioè, una cultura vivente, ricca di esperienze riflesse e di “racconto intergenerazionale”. 

Se questo fosse  assente, saremmo al “nomadismo delle menti”, fuori della cultura e tradizione della comunità locale. Il pericolo non è tanto il tempo che passa - o delle correnti nel fiume (“ne è passata di acqua sotto i ponti!”) - ma l’assenza di un’autentica cultura della riflessione su di sé e sul passato. Guai ad essere tutti imbrigliati nel “presentismo” televisivo:  solo immagini - l’una delle quali cancella l’altra - e, “pensiero sbrigativo!”, occorre che ogni generazione s’impegni ad un lavorio di elaborazione del passato. Le televisioni, al contrario, mostrano più il lontano che il vicino e contribuiscono a interrompere la grande narrazione del passato, nel silenzio quasi “imposto” ai libri e agli anziani, cioè ai testimoni.

Il Prof. Domenico Federici, negli anni ’60 ha scritto un articolo-saggio intitolato La unità della Valle dell’Aniene”, in cui afferma che il fiume Aniene trasporta e racconta tutte, dove s’incontrano e  si unificano. E’ vero. L’Aniene - il popolo dell’Aniene - sa anche narrare. le storie della Valle e delle convalli fino a Tivoli.


Da Filettino a Ponte Mammolo e Casal Bertone

Nel caso della Resistenza nella Valle dell’Aniene (dall’11 settembre1943 al maggio - giugno 1944) l’Aniene è stato testimone di molti fatti della Resistenza contro l’occupazione nazi-fascista: della Resistenza attiva e di quella realizzata dal sacrificio delle molte vittime.

Storia delle Resistenza Aniense

Altri autori hanno scritto efficacemente la storia dei fatti della nostra Resistenza, sulla base di documenti, testimonianze, fotografie e interviste ai protagonisti. Siamo nel tragico 1944. Il 26 maggio avvenne la fucilazione dei 15 di Madonna della Pace (cittadini di Agosta, Canterano, Cervara, Rocca Canterano e Subiaco); il 6 giugno: strage di Colle Siccu (cittadini di Castel Madama e Tivoli); il 7 giugno: strage delle Pratarelle ( cittadini di Vicovaro); 8 giugno eccidio di Valle Brunetta ( cittadini di Cervara di Roma).

Giuseppe Panimolle, di Agosta, si accinge a pubblicare (dopo oltre un quarantennio dalla prima edizione) - per impulso della Rete per la Storia e la memoria della Resistenza nella Valle dell’Aniene – una rinnovata edizione del suo libro “Storia della Resistenza nell’Alta Valle dell’Aniene”. Questa volta includerà anche le drammatiche vicende tiburtine. Altri libri di storia  della Resistenza locale sono: Luigi Caronti Subiaco, il biennio più tragico della sua storia”; Fabrizio LollobrigidaQuel giorno a Madonna della Pace”, Alessandro ScafettaStoria sublacense 1943-45”- Voll. I e II. Paolo Capitani, storico locale di Subiaco, ha pubblicato e narrato testimonianze storiche dirette e indirette, anche per immagini, su bombardamenti, rappresaglie e sofferenze indotte dalla guerra e dall’occupazione militare tedesca.

Altri sono impegnati in un analogo lavoro storico, per immagini e musiche. Ad esempio il “video” “FUI”, di Anacleto Lauri dell’Associazione VOC di Castel Madama. E inoltre in mostre storiche di cimeli della Resistenza.

Le scuole hanno cominciato ad organizzare visite guidate nei luoghi degli eccidi. Tali “sacrari” sono stati restaurati con decoro. Tutto questo è un freno all’oblio.

È anche un invito ad approfondire i “perché” dei tragici fatti: di chi furono le responsabilità. Come si rovesciò, contro le nostre popolazioni, la ferocia della volontà di potenza di ideologie  guerrafondaie e razziste. Perché occorre sempre fare argine contro prepotenti e sopraffattori di turno, nostrani o estranei. Perché occorre bandire ogni acquiescenza, opponendosi a chi minimizza le colpe e gli orrori.


MEMORIA DELLA RESISTENZA

L’Aniene non dimentica”

Vorremmo dedicarci alla memoria, al dolore, ai sentimenti diffusi tra le popolazioni Aniensi di allora e di oggi. Ci rendiamo conto che è arduo smuovere emozioni e sentimenti profondi. Esiste un’eredità comune anche dei sentimenti e delle emozioni? Sì, solo se è testimoniata, richiamata ed espressa da qualcuno: è cultura immateriale, affidata anche ai singoli.

L’Aniene non dimentica. Il fiume è personificato; è come un essere pensante che non si toglie dalla mente persone, vittime e fatti della Resistenza. Non se li toglie soprattutto dal cuore (non li scorda). Non è andato  disperso - e non si deve disperdere oggi e domani - il significato umano di affetto, compassione per le vittime, orrore per le violenze, il raccapriccio per quanto è potuto accadere. E, di nuovo, e soprattutto, l’avversione e opposizione anche per la più piccola avvisaglia totalitaria, razzista e bellicista  che si manifesti oggi o domani.

Ci si sentiva disprezzati dai nazisti occupanti, come se fossimo una “razza inferiore”. Le marce ritmate degli scarponi tedeschi e i loro canti bellicisti rumoreggiavano contro la nostra dignità di persone. L’urlo e lo strazio che univa i cittadini “rastrellati” per le fucilazioni, le loro famiglie, i vicini di casa, fino nelle campagne, non deve essere dimenticato né ora né mai.  Si soffre ancora se ci s’immedesima, nei luoghi stessi in cui gli eccidi avvennero, nella situazione reale. Le foto, le date di nascita dei nostri concittadini fucilati, ci commuovono. Tranne che in qualche colpo di mano isolato, i nostri concittadini non avevano intrapreso veri atti di guerra nei confronti delle truppe occupanti, ma solo ostilità implicita e resistenza passiva.  Più che altro, come nel caso di Ottorino Passariello di Tivoli - direttore della Centrale Elettrica di Subiaco - avevano  salvato gli impianti dal sabotaggio dei guastatori SS dell’ultima ora. Per proteggere prigionieri ”alleati” sfuggiti ai campi, molti nostri concittadini si sono esposti alle più dure rappresaglie. Per proteggere gli Ebrei sublacensi, li fecero nascondere presso il Sacro Speco, fino al termine del pericolo. Anche qui con grave esposizione personale.

Le riflessioni di oggi non devono sfociare nell’odio per le persone dei fucilatori, ma piuttosto per le idee aberranti di chi li mandò allo sbaraglio, con ordini criminali di “sparare a vista”. I soldati occupanti, pur colpevoli, erano a loro volta presi nell’ingranaggio micidiale dell’organizzazione ideologica e bellica nazista, che metteva in conto violenze e rappresaglie anche contro le popolazioni civili. Non odio quindi, perché è stato l’odio sopraffattore all’origine di tutti queste aberrazioni.


La memoria del cuore

Tentiamo un parziale “viaggio” attraverso i luoghi in cui più che altrove le grandi emozioni si sono manifestate nel popolo: spavento, smarrimento, ribellione morale, compassione per le vittime, sdegno per i responsabili.

A Filettino, come altrove, ci furono rastrellamenti alla ricerca di militari “alleati” fuggiti dai campi  di prigionia di Alatri e Carpineto Romano. Venivano ”rastrellati” pure i civili sospettati di dare protezione a quei militari "alleati". In questi casi tutta la popolazione, minacciata di morte, trema, bloccata dalle armi spianate, nella piazza, per ore.

A Vallepietra, sempre alla ricerca di prigionieri fuggiaschi - inglesi, americani e australiani - i nazisti cominciarono a sparare cannonate su per la montagna, in direzione del Santuario della SS. Trinità. Fin qui, poca paura e molta curiosità, perché i proiettili si disperdevano nel bosco …

Poi, riunione forzosa di tutto il popolo in piazza, con minaccia di morte se non si notasse una concreta collaborazione. I Vallepietrani - solo donne, vecchi e bambini (perché i giovani si sono nascosti per sfuggire all’arruolamento nella Repubblica Sociale Italiana ) si stringono tra loro, si abbracciano e non riescono neppure a parlare. Per loro parla - eccome! - il Parroco Don Salvatore Mercuri. Le sue parole coraggiose e la sua persona imponente, dopo alcune ore, allontanano il pericolo.

A Jenne, analogamente la pena fu grande e le famiglie si nascosero, per quanto poterono, nella campagna, nei boschi e a Fondi di Jenne, confondendosi con i pastori. Nei  vari paesi c’è sempre un tam-tam di donne che ripete: ”Uomini, scappate, i tedeschi vi cercano per farvi fare il militare per loro!”.

A Subiaco l’11settembre 1943 fu un giorno di ansia, rabbia, sorpresa, indignazione e … infine rassegnazione al peggio! Gli storici locali raccontano che nel mattino una pattuglia di tedeschi motociclisti, armati di fucili mitragliatori, sparando qua e là, raggiunsero l’ex Stazione ferroviaria, dove, nel frattempo i 2-300 soldati italiani del distaccamento della Divisione “Piave” si erano come dissolti - “Tutti a casa!” - avevano gettato le loro armi e divise, avevano raccattato  abiti civili, e si erano dileguati. Qualche nostro soldato più anziano, mentre si cambiava furiosamente di abito, sbottava di rabbia contro i comandi militari italiani che aveva emanato ordini contraddittori. Intanto il re d’Italia, in fuga da Roma, percorreva la via Tiburtina da Roma a Pescara, sostando brevemente ad Arsoli.

I tedeschi, sostenuti dal generale Graziani in abiti civili, prendevano posizione e venivano  rafforzati da altre loro truppe giunte a Subiaco. Passò qualche giorno in cui ogni autorità locale era “spiazzata”, fino a che il comando tedesco sostenne la “continuità” dell’autorità del Podestà e dei Carabinieri, per collaborare  in qualche modo al controllo dell’ordine pubblico e della sicurezza.

Qualche giovanotto sublacense pensò bene, nella confusione, di “svaligiare” divise, elmetti, coperte giacenti nell’ex deposito militare italiano nel Palazzo della Missione e accanto alla caserma di Palazzo Piatti Moraschi, in Viale delle Repubblica. Tutto questo materiale sembrava utilizzabile, data la penuria e fame generale. Un drappello armato di tedeschi sorprese gli “svaligiatori”: qualcuno ne strattonò e sei furono bloccati, incarcerati e minacciati di fucilazione, se non fossero stati riconsegnati subito tutti gli oggetti sottratti, tra cui non c’erano armi.

I familiari degli incarcerati, in grande pena, fecero il giro delle case per recuperare tutto e riconsegnarlo. In quella circostanza si distinse per intelligenza e coraggio il giovane parroco Don Igino Roscetti, che fece da mediatore e garantì con la sua persona. Alla fine i nostri giovani furono liberati. Ma Don Igino maturò la convinzione che occorresse organizzarsi per non restare troppo a lungo alla mercé degli occupanti, mediante una rete di solidarietà a favore dei prigionieri alleati in montagna alla Crocetta, degli ebrei sublacensi e dei giovani italiani renitenti alla leva della RSI. Di tutte queste vicende Don Igino scrisse un memoriale, rintracciato da poco nell’Archivio di Stato da Alessandro Scafetta, storico locale. Dopo la guerra Don Igino ottenne una medaglia al valore della Resistenza.


A Subiaco, mesi d’incerta e sospetta convivenza.

L’occupazione continuò nel segno di un’ambigua convivenza tra occupanti e sublacensi. Il Comando tedesco evidentemente aveva ordinato di non calcare la mano sui civili “occupati”, contro i rischi di boicottaggi, sabotaggi o attacchi armati. E per molto tempo furono evitate le esasperazioni degli animi dei sublacensi: non ci furono atti di aperta ostilità.

Erano state perquisite molte case alla ricerca di armi, anche se da caccia: molti cacciatori avevano nascosto bene in grotte o fienili i loro fucili da caccia. Non fu trovato niente!

Nel tentativo di fraternizzare con la popolazione, fu tollerato il piccolo scambio: sei uova per un tozzo di pane nero tedesco! E anche per qualche sigaretta. Si organizzò anche una partita di calcio tra “occupanti” e sublacensi.

Abbiamo accennato agli Ebrei residenti a Subiaco, minacciati di rastrellamento e deportazione. Essi furono protetti e nascosti al Sacro Speco di S. Benedetto. Molti   sapevano ma tacevano, per proteggere gli Ebrei. Taceva anche il monaco benedettino Don Paolo Strassen, tedesco sì, ma legato alla bontà evangelica e alla Regola Benedettina.

Poi furono requisiti muli e asini per il trasporto di materiali per costruire la linea difensiva di capisaldi tedeschi da Bellegra a Colle Barili e a Monte Calvo. In realtà erano obbligati anche i mulattieri sublacensi, mascherando la cosa con il pagamento di un’illusoria paga di cinquanta lire al giorno, monete stampate sul posto da ridicole macchinette tedesche.

In seguito, mentre filtravano le notizie proibite dell’avanzata alleata dal Sud d’Italia, i tedeschi si diedero al “vino zucchero”, all’indisciplina. Ai primi mitragliamenti alleati verso il Belvedere, gli occupanti costrinsero i passanti al lavoro di picco e pala. Tra gli altri l’Avvocato Pomelli. Se la presero persino con i bambini che facevano pipì sotto i loro camion militari, mascherati di frasche, per nasconderli agli aerei “alleati”, che cominciavano a fare apparizioni improvvise.


Reazioni alle violenze private tedesche

La soldataglia tentò di insinuarsi in qualche casa privata. Furono sempre respinti. Il Comando tedesco volle dare l’impressione di intervenire a favore delle famiglie sublacensi e spedì al fronte i responsabili. Questo drammatico equilibrio durò ancora per un po’, poi l’occupante gettò la maschera, mostrando sopraffazione e violenza.

Militari del Battaglione “repubblichino” di stanza a Subiaco, che rastrellavano i renitenti alla leva della RSI, uccisero a fucilate il giovane Giulio Valente, che fuggiva lungo Via della Pila, proprio lungo l’Aniene. Una bambina di dodici anni fu colpita a morte, in Via dei Piattari, solo perché dalla sua cameretta filtrava una lama di luce, nell’oscuramento notturno. I due fatti provocarono ondate di rabbia tra la popolazione.  Anni dopo il “repubblichino” che aveva ucciso Giulio Valente  venne  processato e condannato a 11 anni di reclusione (poi scarcerato grazie all’amnistia concessa dal Governo di unità nazionale). Capitò a Subiaco per una partita di calcio. Riconosciuto, dovette fuggire precipitosamente, inseguito dagli spettatori e protetto dai Carabinieri, pistole alla mano.


Dal Fronte di Cassino

La speranza di liberazione da parte delle truppe alleate si materializzò quando dagli Altipiani di Arcinazzo verso Affile e Subiaco giunsero autocolonne tedesche in ritirata da Cassino e furono bersagliate da tredici ore continue di bombardamenti alleati, che inchiodarono carri armati e automezzi vari sul terreno. Aerei alleati bombardarono anche l’abitato di Subiaco nel tentativo di rallentare la ritirata tedesca in cerca di scampo al Nord. Poi le prime granate alleate colpirono la piana di Agosta e Arsoli. I Sublacensi piangevano per le loro case distrutte … e gioivano per i primi annunci dell’arrivo dei liberatori.


Razzie e azioni disperate dei guastatori in ritirata

La disperazione s’impossessò dei soldati fuggiaschi. Entrarono in azione le SS Guastatori, con le loro sanguinose rappresaglie. Per ogni tedesco ucciso, 15 italiani fucilati. Lungo la Via Sublacense fu trovato un tedesco morto. Non si è mai saputo se fosse stato o no ucciso da qualche civile … ma intanto quindici uomini furono rastrellati nella Campagne di Madonna della Pace e fucilati, in una valletta a duecento metri dal fiume Aniene, sulla Via di Canterano. La notizia sconvolse di dolore tutte le contrade intorno a Madonna della Pace: Agosta, Cervara di Roma, Canterano, Rocca Canterano, Subiaco. L’”Associazione vittime della rappresaglia di Madonna della Pace” ricorda e soffre ancora oggi per quella violenza. Altre vittime della feroce repressione ci furono a Pratarelle di Vicovaro. A Colle Siccu di Castel Madama, l’eccidio fu  simile a quello di Madonna della Pace. E il dolore e la ribellione si diffusero fino a Tivoli. A Valle Brunetta, tra Cervara di Roma e Camerata Nuova, quattro Cervaroli, dopo essere stati costretti a seguire, con i loro muli, una pattuglia tedesca. Sulla via del ritorno furono fucilati. Un foglio, descritto loro come “salvacondotto”, portava invece la scritta “Uccideteli come spie!”, che raccapriccio!

Quei giorni furono drammatici. L’avanzata alleata andava a rilento: Si sussurrava: “Gli americani sono a Battipaglia … hanno sfondato a Cassino”.

La popolazione era tra due fuochi. Giungevano le notizie degli eccidi e quelle del progredire dell’avanzata degli "alleati", finalmente annunciata da “allunghi” di cannoneggiamenti dagli Altipiani di Arcinazzo fino alla piana di Arsoli.

Lo scatenamento dei guastatori divenne massimo.  Tra le macerie  di Subiaco, si aggiravano, bevevano vino, urlavano, rubavano nelle case, con tutte le porte sfondate.

Il mese di maggio è ricordato dai Sublacensi per i continui bombardamenti giornalieri da parte di aerei “alleati”, a ondate continue. Tra questi bombardamenti i più terribili, come abbiamo accennato, furono quelli delle cosiddette “tredici ore”, lungo la Via Sublacense nei pressi della “Cava” e a Ponte Cagnano. Era un modo per bloccare la colonna tedesca in ritirata da Cassino. I bombardamenti continuarono anche nei primi giorni di giugno. Subiaco fu distrutta per quasi l’80%. Dopo la guerra fu conferita alla città la Medaglia di Bronzo al valor Civile.


Prime aperture alla gioia e alla speranza

Gli ultimi tedeschi sparivano finalmente alla vista, ma si stentava a credere che tutto fosse finito. Erano i giorni della fame nera. Per mesi nessuno aveva potuto coltivare, macinare, cuocere, se non arrangiandosi nelle “tenne” di campagna. Si uccidevano maiali e vacche e la carne era paradossalmente quasi l’unico nutrimento, insieme con le erbe spontanee raccolte nei prati.

Arrivarono i primi liberatori.  Erano soldati indiani e africani francofoni. Gavino Sanna - organizzatore del primo CNL (Comitato di Liberazione Nazionale) in Subiaco e primo “politico” del post-fascismo e post-occupazione - girava per le campagne presentando questi soldati “esotici”, con le parole: “Ecco i nostri liberatori!”.


Sapore di pace e di ricostruzione

Nella valle dell’Aniene era veramente scoppiata la pace! Cominciò una difficile ed esaltante ricostruzione. Il primo lavoro fu lo sgombero delle macerie delle case distrutte e il “recupero” dei residuati bellici (carri armati e camion tedeschi semidistrutti), nel timore delle mine “anti-uomo” nascoste.

I cantieri per lo sgombero delle macerie disponevano di pochi mezzi tecnici, come se si trattasse di lavori di scavo nelle miniere: vagoncini, frenati da una semplice stanga, su binari instabili. Ma i Sublacensi erano comunque lieti: era un lavoro, un primo lavoro, che avvicinava i tempi della ricostruzione vera e propria. Fatica e speranze per tutti, con nuova alternanza di rimpianti dei numerosi “sinistrati” (chi aveva perduto la casa), poveri costretti ad accontentarsi della minestra “del Papa”, di indumenti arrivati dalla Solidarietà USA, del grano dell’aiuto internazionale UNRRA- Piano Marshall.

Rinasceva con il CNL ufficiale, un’Amministrazione Comunale democratica, in attesa del Consiglio Comunale, Giunta e Sindaco, eletti dal popolo.

Guardandosi indietro, agli eccidi nazi-fascisti, negli anni ’50 qualcuno osò affermare che le nostre vittime in fondo non erano state prese con le armi in pugno e quindi … non erano veri resistenti martiri! Giuseppe Panimolle fin dall’inizio ha messo in chiaro che tutti i cittadini colpiti dalla barbarie nazi-fascista sono vere vittime, veri “resistenti”!

Nei nostri tempi i valori delle Resistenza, vanno riproposti e  attualizzati: Diritti dell’Uomo, libertà democratiche, cultura, solidarietà.

Gli studenti in visita guidata nei luoghi della Resistenza nella Valle dell’Aniene saranno immersi in una situazione cognitiva ed emotiva. Qui potranno osservare, domandare, vedere anche con gli occhi dell’immaginazione i fatti e i sentimenti della nostra Resistenza.

Auspichiamo che tutte queste esperienze degli occhi e del cuore portino a una maggiore consapevolezza sulla non violenza e la democrazia,  vissute in ogni situazione. Impegnando tutte le risorse delle persone: intelligenza, affettività e volontà, dalla storia, alla memoria del cuore, alla volontà democratica.

Si ringrazia il dr. Giuseppe Cicolini per la sua cortese collaborazione.


Postato 6th January 2010 da Anonymous

23 gennaio 2021

IL PCI E GLI INFILTRATI NEL FASCIO REPUBBLICANO DI CENTOCELLE


RITAGLI

Questo, come altri ritagli, fa parte di quei risultati delle ricerche che conservi e che però dimentichi di catalogare, dimentichi di scrivere la fonte e non ti annoti a cosa ti sarebbe servito. Di fatto non sai se appartiene ad un filone già aperto o da aprire insomma sono quei quei ritagli che potrebbero servire ma per ora, in caso di pubblicazione, possono servire solo ad altri "ricercatori" che come me indagano a fondo il periodo resistenziale a Roma ma soprattutto nella zona ad Est di Roma: la tiburtina e la Valle dell'Aniene.

Il ritaglio descrive succintamente le dichiarazioni rilasciate ai carabinieri nell'aprile del 1946, dal compagno Alessandro SCOLLATO del PCI su alcuni arresti, torture e deportazioni che subirono alcuni antifascisti romani nel 1944 ad opera dei fascisti di Centocelle.

 

21 gennaio 2021

L'INTELLIGENCE, GLI AGENTI SEGRETI E I PARTIGIANI DI ROMA E PROVINCIA

 

Il maggiore Peter Tompkins e Mario Fiorentini


Ci sono degli eventi che, nel momento in cui accadono, sono “i fatti della vita” di ognuno di noi ma che poi a distanza di tanti anni possono essere riconosciuti come fondamentali per lo svolgersi degli eventi in quanto la “storia” avrebbe potuto prendere tutta un’altra strada.

Nella terza decade di gennaio del 1944 ho collegato alcuni di questi fatti, tra loro apparentemente non correlati, che accadono nei dintorni di Roma nel pieno svolgersi della seconda guerra mondiale e che avrò modo di riprendere in pagine separate (almeno per alcuni), per raccontare di alcuni episodi che si sono svolti durante la guerra di liberazione sul territorio di Tivoli e nei paesini che circondano i “turchini monti del Lazio”


I fatti, copiati dalla cronologia della resistenza romana, sono quelli che seguono e quello che segue è il link utile per la verifica.

[http://www.storiaxxisecolo.it/cronologia/cronoresroma/cronoresrom7.html]




20 gennaio 1944



- Peter Tompkins arriva a Roma da Bastia, Corsica, raggiunta in aereo da Napoli, ove era il comando per l' Italia dell' OSS (l'americano Office of Segret Service). Un Mas lo ha sbarcato sulla spiaggia antistante Pescia Romana, subito a nord di Civitavecchia. Costituirà il servizio di spionaggio dell' OSS (l'americano Office of Secret Service) che fornirà informazioni al quartier generale alleato e darà aiuti alla Resistenza.






Anzio 22 gennaio 1944

22 gennaio 1944

- All'alba forze alleate hanno preso terra a Nettuno e a Anzio. I partigiani sono stati avvertiti durante la notte dal messaggio convenzionale di Radio Londra "la zia è malata e sta per morire". I tedeschi della capitale, colti di sorpresa, si affannano nei preparativi per abbandonarla, ma ben presto sono rassicurati dall'andamento delle operazioni. La testa di ponte è sottoposta a un intenso bombardamento. Kesselring riesce a far affluire rapidamente le truppe in grado di contenere il nuovo fronte. Il comandante alleato, generale Lukas prima di avanzare verso Roma, vuole consolidarsi, ricevere rincalzi, riorganizzare i reparti. Perde così il vantaggio iniziale, anche perché è venuta a mancare la prevista concomitante e forte offensiva dei contingenti di Clark schierati contro la linea Gustav.

- La Resistenza opera nelle retrovie soprattutto dalle basi dei Castelli Romani. Effettua sabotaggi, colpi di mano, ma non è dotata di forze sufficienti per compiere vere azioni militari. In città, il comando della guerriglia prepara l'insurrezione ma ne è dissuaso rapidamente dalla situazione che sembra volgere a favore dei tedeschi, al punto da far temere il peggio, il fallimento della spedizione alleata e il rimbarco.

In questa situazione incerta, in cui si susseguono le informazioni contraddittorie, alcuni esponenti della Resistenza trascurano le regole della clandestinità, consentendo alla Gestapo e ai collaborazionisti fascisti di compiere una serie di arresti che colpiscono specialmente il Fronte Militare.



Maurizio Giglio "Cervo"

23 gennaio 1944

Oreste Lizzadri si imbarca ad Ansedonia, Orbetello, su una barca a motore per raggiungere Bari dove porterà il messaggio del CLN al congresso dei partiti e movimenti antifascisti. L'operazione è stata organizzata dal tenente della polizia fascista di Roma, Maurizio Giglio, in realtà agente dell' OSS (servizio segreto americano, Office of Strategic Service) con la radio ricetrasmittente operante da un barcone sul Tevere.

Arrestato dalla polizia di Koch il Giglio sarà ferocemente torturato e poi consegnato ai carnefici delle Ardeatine.








A sinistra Alfredo Michelagnoli
nome in codice"Fred"

 24 gennaio 1944

- Sono attaccati nel corso della mattina a colpi di mitra e bombe a mano autocarri germanici in via del Tritone e in via Francesco Crispi, nel pomeriggio un'autocolonna in via Barberini.

Maria Teresa Regard dei GAP Centrali, fa esplodere un ordigno nel posto di ristoro tedesco della stazione Termini, provocando una ventina di morti e molti feriti. L'ordine di compiere ogni atto di guerriglia in concomitanza con le operazioni di consolidamento della testa di ponte alleata a Nettuno e Anzio è giunto ai GAP dalla missione di Alfredo Michelagnoli ("Fred") i cui componenti sono stati paracadutati nei pressi di Veroli.

Ugo Stame, uno dei comandanti di Bandiera Rossa, di ritorno dal fronte di Nettuno, ove aveva operato con un gruppo partigiano, è catturato dalle SS in piazza Mignanelli (morirà alle Fosse Ardeatine).

Evadono da Regina Coeli, con uno stratagemma basato su falsi documenti di scarcerazione, Sandro Pertini, Giuseppe Saragat con altri esponenti della Resistenza, Luigi Andreoni, Carlo Bracco, Ulisse Ducci, Torquato Lunedei, Luigi Allori. L'operazione è stata organizzata dal medico del carcere Alfredo Monaco e dalla moglie Marcella, col concorso, dall' esterno, di Giuliano Vassalli, Massimo Severo Giannini, Filippo Lupis, e del fratello di Marcella Monaco, Luciano Ficca.




Il legame tra le persone e gli eventi

Quello che mette insieme questi eventi è il servizio segreto americano, l’OSS che in seguito diventerà la CIA. Il 22 gennaio inizia lo sbarco di Anzio (Operazione Shingle) che ha come conseguenza (prevista) un aumento delle attività partigiane a Roma e nei dintorni. Aumentano di molto le attività di Intelligence e le attività di sabotaggio che comunque dovevano essere riferite ai comandi alleati attraverso le radio clandestine utilizzate dagli agenti che operavano nelle retrovie; famosa fu quella di Tompkins chiamata "Radio Vittoria". Alcuni agenti, Peter Tompkins (si proprio lui, l’attore), Alfredo “Fred” Michelagnoli (militante comunista, diventa "agente segreto" attraverso un accordo tra Partito Comunista e Servizi americani, gli inglesi non erano d'accordo ma la collaborazione e l'addestramento di Michelagnoli avviene in Campania ad opera dell'OSS. "Fred" prese contatto anche con i partigiani tiburtini infatti lo ritroveremo testimone nel processo contro alcuni partigiani tiburtini accusati di aver ucciso Bruno Eletti, anch'esso tiburtino e partigiano già condannato dal Tribunale Speciale nel processo del 1941 insieme ad altri 17 antifascisti di Tivoli). L’agente “Cervo” al secolo il comandante Maurizio Giglio che controllava diverse radio trasmittenti nella capitale e che proprio in quei giorni organizzerà il trasferimento a Bari di Oreste Lizzadri affinché possa partecipare al congresso dei movimenti e dei partiti antifascisti che fanno riferimento al CLN. Ultimo, non certo per importanza, l’evasione dal carcere di Regina Coeli organizzata dal medico Alfredo Monaco e dal futuro Presidente della Corte Costituzionale, Giuliano Vassalli. In quella occasione furono liberati alcuni detenuti tra i quali due futuri presidenti della repubblica: Giuseppe Saragat e Sandro Pertini.



Questi eventi si svolsero nel giro di qualche giorno ma furono le premesse per la liberazione di Roma che avvenne, come sappiamo, il 4 giugno del 1944. In questi pochi mesi anche sul nostro territorio si organizzarono eventi di Resistenza sia con azioni di sabotaggio che di tipo militare ma anche con quella Resistenza "civile" che gli anglosassoni hanno definito "resistenza Umanitaria. Il contributo di numerosi patrioti e partigiani fu encomiabile e molti di loro sacrificarono la propria vita per abbattere il fascismo e costruire la democrazia nel nostro Paese.


15 gennaio 2021

DUE TESTIMONIANZE SULLO SQUADRISMO A TIVOLI

 

Sulla sinistra l'Hotel delle Cascate chiamato anche lo CHALET di Villa Gregoriana. Sullo sfondo l'inizio di Piazza Rivarola dopo il Ponte Gregoriano











Fonte: 
AA.VV. Tivoli Frammenti di Storia 
Centro per lo studio della società e dell'economia di Tivoli e circondario nell'età contemporanea
Tivoli 1984



10 gennaio 2021

L'UNITÀ del 12 febbraio 1944

 Le prime due pagine dell'UNITÀ del 12 febbraio 1944.

Ricordiamo che a metà febbraio è in corso la Battaglia di Montecassino e gli alleati respingono l'attacco tedesco che tenta di distruggere ad Anzio la testa di ponte anglo americana. Gli alleati, pur pagando un prezzo altissimo in termini di vite umane, riescono a resistere e a mantenere la posizione.




L'ANIENE Sospende le Pubblicazioni

 IL LITTORIO

Anno I  n.5 del 12 aprile 1925

A pag. 3 troviamo un trafiletto che annuncia la sospensione delle pubblicazioni del giornale locale L'ANIENE. Un segnale importante per quella che si profila come una limitazione della libertà di stampa. I toni sono sarcastistici e provocatori, tipici dello stile fascista di quegli anni.


La breve nota è inserita nella rubrica "Cronaca di Tivoli", non è firmata e può essere inserita nel progetto di depotenziamento dell'opposizione al movimento fascista.

01 gennaio 2021

L'ASSOLUZIONE DEL MARCHESE THEODOLI SINDACO DI CICILIANO

 


Se non ci fosse da piangere ci sarebbe da ridere. Questo fatto, documentato da questi ritagli, potrebbe essere preso ad esempio di come i potenti difficilmente hanno torto.

Nel ritaglio di pag.2, nella Rubrica intitolata "Dai Mandamenti", si riporta una sentenza curiosa a favore del Marchese Theodoli, nonché Sindaco di Ciciliano, che venne emessa dal pretore di Tivoli il 23 marzo  del 1926 a favore del titolato primo cittadino di Ciciliano perché "il fatto non costituisce reato"

Siamo al secondo anno del quindicinale, il numero è il 4 e la pubblicazione è del 28 marzo del 1926. Grande notizia per i fascisti locali quella dell'assoluzione del Marchese che era stato denunciato perché per portare l'acqua al suo castello aveva compromesso e danneggiato la rete idrica che riforniva le fontane, gli abbeveratoi ed i lavatoi pubblici del piccolo paese vicino Tivoli. Il Marchese aveva "una autorizzazione sia pure verbale" di utilizzo dell'acqua sin dal 1913 ma fino al 1925 (quindi per ben dodici anni) non aveva mai effettuato nessun lavoro. I denuncianti sostenevano che i lavori effettuati dal sindaco avevano creato perdite gravi alla rete idrica e che le fontane e  spesso rimanevano all'asciutto. 

Il marchese sosteneva che i prelievi erano sporadici (una volta a settimana) e notturni, cioè quando nessuno utilizzava le fonti. Inoltre il nobile Theodoli sosteneva che nei periodi di siccità offriva alla popolazione l'acqua piovana che egli aveva raccolto nella "cisterna del suo castello" e che egli era benvoluto da tutta la popolazione.

Insomma una storia edificante per il marchese don Francesco Theodoli perseguitato e denunciato da paesani visionari (il sig. Manni e altri cittadini coraggiosi) e cattivi che si erano inventato tutto.

Il pretore era il cav. Visco e l'avvocato difensore il tiburtino Ignazio Petrocchi.



APPUNTI SULLA ROCCA PIA DI TIVOLI

La Rocca Pia a Tivoli con gli archi dell'acquedotto Rivellese, le mura della città, il campanile di S. Maria Maggiore e, sullo  sfondo, ...

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