Era il 2016 quando incontrammo Mario Fiorentini nella sua casa di Roma. Fu a casa di Mario che conobbi Giorgio Giannini e che mi inviò questo suo "ricordo" di Lucia Ottobrini. Lucia ci aveva lasciato da pochi mesi e quel giorno Mario la ricordò più volte e, ancora innamorato, la ricordava come una donna bellissima e coraggiosa. Mi fa piacere, anche se a distanza di qualche anno, pubblicare lo scritto di Giorgio perché è un pezzo di memoria dei GAP Centrali che, dopo l'attacco di via Rasella, si lega anche con la città di Tivoli e con i ricordi di Lucia, una combattente straordinaria.
Essere donna nei “GAP centrali”
di Giorgio Giannini - 14 dicembre 2015 -
«Non amo ricordare quelle storie perché per me sono troppo brutte. Mi fanno ancora male. Per me, quel periodo è stata la parte più brutta della vita, se fosse possibile le cancellerei dalla mia memoria», lamentava Lucia Ottobrini (2 ottobre 1924 – 26 settembre 2015) nelle interviste.
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| Lucia OTTOBRINI durante il periodo della lotta partigiana |
«Giovane e ardimentosa partigiana, [...] con coraggio virile non esitava ad impugnare le armi, battendosi più volte a fianco dei compagni di lotta, sempre dando esempio di impareggiabile ardimento». Qualcosa di sé non le corrispondeva. Forse quel «coraggio virile», che nella motivazione della Medaglia d’Argento al Valor Militare spiegava la sua strenua partecipazione alla guerra partigiana in chiave classificatoria, antropologico-sessuale. In realtà fu in quella guerra che nacque il suo primo amore per il compagno di azione, suo futuro marito. Nella borsetta custodiva anche l’arma di lui. Forse un istinto di protezione.
Non è mai stato facile per Lucia Ottobrini vivere i propri principi e coniugarli attraverso le contraddizioni.
Nasce a Roma il 2 ottobre 1924. Sarà seconda di nove figli. All’inizio del 1925 la madre Domenica De Nicola emigra con lei e il primo figlio a Mulhouse, nell’Alsazia appena annessa alla Francia dopo la Grande Guerra. In seguito, il padre Francesco li raggiunge nella cittadina industriale alsaziana, dove nascono gli altri sette fratelli minori di Lucia.
A Mulhouse Lucia frequenta le scuole di lingua francese e nel contempo impara il tedesco, la lingua parlata comunemente dalla popolazione ‘annessa’, appunto tedesca.
Vive in un ambiente cosmopolita, dato che a Mulhouse vivono e lavorano persone provenienti da paesi lontani (Italia, Boemia, Polonia), di lingua e religione diverse (cattolici, protestanti, ebrei), a contatto con questo mondo multietnico e plurireligioso, importante per la sua formazione culturale di tolleranza e di apertura verso gli altri, anche se “diversi”.
A scuola, la sua migliore amica è una ragazza polacca. Inoltre, per un po’ frequenta anche un doposcuola che è gestito dalla Comunità ebraica. Un giorno – Lucia racconta – il Rabbino le pone la mano sulla testa e la benedice. Quel gesto, racconta, «non lo dimenticherò mai e da allora ho sempre amato gli ebrei». Questo ‘amore per gli ebrei’ è uno dei motivi di lungo corso che la portano a maturare la scelta di combattere i nazisti ed i fascisti.
A tredici anni, la prima comunione. Il sacerdote che la istruisce nel catechismo ha una profonda influenza su di lei, tanto che, da allora, sarà sempre una cattolica praticante, tranne che nei nove mesi in cui combatte nella Resistenza, durante i quali – come ripeteva nelle interviste – aveva «messo da parte» il Vangelo.
A Mulhouse Lucia vive l’ambiente sociale proletario (anche se non ne fa parte): lavori e vite pesanti, come quelli dei minatori nelle miniere di potassio. Tutti questi elementi diversi contribuiscono alla formazione sociale di Lucia, che la porta ad essere dalla parte dei lavoratori sfruttati dagli imprenditori, anche senza aderire e militare in un partito di sinistra. Nella formazione di Lucia ha un ruolo importante anche la madre Domenica, che ha principi morali rigidi ed è sempre solidale nei confronti di chi ha bisogno.
Nel 1940 l’Alsazia è occupata dai tedeschi, che deportano nei lager nove parenti della zia Elisabetta perché ebrei. I genitori di Lucia decidono di ritornare a Roma. Poiché la famiglia è molto numerosa (undici persone: i due genitori e nove figli minori) e povera, viene loro assegnata una casa popolare nella borgata periferica di Primavalle, dove il Governo fascista ha disposto l’insediamento soprattutto degli abitanti sfollati dai quartieri del centro della città, abbattuti per costruire strade simboliche del regime, quali via dei Fori Imperiali e via della Conciliazione.
Il padre Francesco non riesce, a Roma, a trovare un lavoro dignitoso perché non è iscritto al Partito Nazionale Fascista. Inoltre, nonostante abbia nove figli minori, è chiamato alle armi nei Servizi Sanitari ed è inviato in Russia, dove è presto considerato “disperso”. Ritornerà a Roma solo anni dopo la fine della guerra.
L’unica che lavora, in un ospedale, è la madre Domenica.
Pertanto, per aiutare economicamente la famiglia, già dal 1940, Lucia, benché abbia appena 16 anni, va a lavorare all’Ufficio Valori del Ministero del Tesoro, in Via XX Settembre, dove è impiegata alla Cassa Speciale nel controllo delle banconote. Consegna il suo stipendio alla madre per il mantenimento della famiglia e trattiene per sé solo pochi soldi per comperare libri. Infatti Lucia ama leggere, soprattutto opere dei classici francesi e russi. Anche altre due sorelle lavorano, commesse in negozi del centro storico di Roma, dato che parlano molto bene il francese.
Lucia è una bella ragazza. Ma molto riservata, quasi timida. Per questo motivo, unitamente al fatto che non parla bene l’italiano, non ha amicizie. Pensa solo a lavorare e a leggere. L’unico svago, la domenica, è passeggiare con una sorella per la città o assistere a un concerto gratuito in piazza. E’ in una di queste domeniche di maggio 1943 che, mentre assiste con una sorella al concerto di una banda, sulla Piazza del Pincio (il belvedere di Villa Borghese, sopra Piazza del Popolo) conosce Mario Fiorentini. Lui sente che parlano in francese, si avvicina, ed inizia a parlare con loro in questa lingua, che conosce bene. E’ un “colpo di fulmine”, o meglio «una fiammata che non si è mai spenta né attenuata» in oltre settant’anni anni di vita insieme, come Lucia e Mario hanno detto in numerose interviste.
Mario è un intellettuale antifascista. Appartiene ad una famiglia borghese, di religione ebraica, ma lui è un laico (o meglio, si definisce un «libero pensatore»). Ama tutte le arti. La musica (il padre lo porta, fin da piccolo, ai concerti di musica classica, soprattutto al Teatro Adriano), la pittura, il cinema, il teatro. E frequenta scrittori (Ugo Betti, Giorgio Caproni, Francesco Jovine, Sibilla Aleramo, Sandro Penna, Vasco Pratolini) e pittori (Giulio Turcato, Emilio Vedova, Renato Guttuso, Domenico Purificato): l’intellighenzia della futura Italia repubblicana.
Mario proviene da un ambiente sociale e culturale profondamente diverso da quello in cui ha vissuto Lucia a Mulhouse. Non ha conosciuto i conflitti politici e sociali, tipici di una città operaia, dato che Roma è una città ministeriale. Soprattutto, non conosce i problemi di emarginazione sociale ed economica delle periferie perché appartiene ad una famiglia borghese, sempre vissuta nel centro storico della città. Lucia è per lui una finestra su un mondo, e forse sul mondo.
La loro frequentazione opererà un profondo cambiamento in entrambi: Mario prenderà coscienza del problema sociale e dell’emarginazione socio-economica degli operai; Lucia, che era già contraria al regime fascista perché aggressore della Francia nel giugno 1940, quando era già stata sconfitta dai nazisti (la “pugnalata alle spalle”), matura una piena consapevolezza politica antifascista, entrando in contatto con l’ambiente intellettuale della sinistra frequentato da Mario.
Nell’agosto 1943, dopo la caduta del fascismo, Lucia partecipa con Mario ed altri antifascisti sia comunisti (Antonio Cicalini, Antonello Trombadori, Franco Di Lernia), sia del Partito d’Azione (come Fernando Norma, elemento dirigente del movimento Giustizia e Libertà) sia di area cattolica (Antonino Tatò, Adriano Ossicini), alla ricostituzione del movimento degli “Arditi del popolo”, per organizzare la mobilitazione antifascista. L’idea era di ricostituire una realtà di lotta popolare di più di vent’anni prima, a sua volta scaturita dalle tecniche belliche e dall’immaginario virile degli Arditi di Guerra. Novità assoluta, stavolta, la presenza di una (sola) donna: Lucia. Attuano una manifestazione, con corteo, nel quartiere Prati, storico bacino di formazione degli Arditi del Popolo del ’21.
La scelta di partecipare attivamente alla Resistenza antinazista, Mario e Lucia la maturano entrambi il pomeriggio del 10 settembre 1943, quando vedono sfilare in Via del Tritone, dall’angolo con Via Zucchelli, i carri armati tedeschi dalle cui torrette si ergono fieri, come guerrieri invincibili e dominatori, i capi-carro, dopo le due giornate di resistenza di Porta San Paolo. Mentre sfilano i carri tedeschi, Mario prende la mano di Lucia per rassicurala e le dice in francese «Nous sommes dans un cul de lampe» (questa ultima parola alcuni studiosi l’hanno travisata in “cul de sac”). La
situazione è diventata molto difficile e pericolosa, e ricorda l’ingresso trionfale dei nazisti a Parigi, con l’instaurazione di un regime repressivo e la deportazione degli ebrei francesi.
Lucia e Mario decidono allora di fare ‘qualcosa’ contro i nazisti: di agire, di combattere. Pertanto, vanno, con altri antifascisti, nelle caserme incustodite, a prendere le armi abbandonate dai soldati italiani dopo l’Armistizio dell’8 settembre 1943. Lucia ne nasconde alcune a casa sua. Il primo incarico politico affidato a Lucia da Laura Lombardo Radice è la raccolta di indumenti, medicine e alimentari da portare ai prigionieri politici antifascisti, rinchiusi nelle carceri, ed alle loro famiglie. Lucia partecipa poi ai “comizi-lampo” ed alle manifestazioni di protesta antifasciste.
Quando la madre Domenica, che è filotedesca e lavora come infermiera in un ospedale militare tedesco, viene a conoscere la sua “decisione” di combattere i tedeschi, la picchia e la caccia di casa. A quel punto, Lucia abbandona la famiglia ed inizia una nuova vita insieme a Mario.
Quando vengono trasferiti al Nord i Ministeri, dopo la costituzione della Repubblica Sociale Italiana (23 settembre 1843), Lucia lascia il lavoro al Ministero del Tesoro e si impegna a tempo pieno nella Resistenza.
All’inizio di ottobre 1943, su proposta di Antonello Trombadori, dirigente comunista, vengono costituiti dei piccoli gruppi di 4-5 partigiani combattenti, i Gap, che devono attaccare i nazisti ed i fascisti, senza dare loro tregua, con la tattica della “guerriglia urbana” mutuata dai partigiani francesi. Lo scopo è far capire loro che non sono i “padroni” della città, la mai rispettata “città aperta”.
Il primo GAP è l’Antonio Gramsci, diretto da Mario Fiorentini (nome di battaglia Giovanni) e Lucia è la sua vice.
Nelle settimane successive si costituiscono altri tre GAP: il Gastone Sozzi diretto da Franco Calamandrei (Cola) e nel quale milita Maria Teresa Regard (Piera), che sarà poi sua moglie;
il Carlo Pisacane, diretto da Rosario Bentivegna (Sasà), nel quale milita Carla Capponi (Elena), che sarà poi sua moglie; il Giuseppe Garibaldi, diretto da Ernesto Borghesi (Ernesto, già militante nel GAP di Calamandrei), nel quale milita Marisa Musu (Rosa).
I quattro GAP sono chiamati GAP Centrali perché operano nel centro storico della città, che costituisce la Quarta delle Otto Zone operative in cui Roma è stata divisa dai Movimenti della Resistenza. La rete dei quattro GAP è diretta da Carlo Salinari (Spartaco) ed il Vice Comandante è Franco Calamandrei.
Antonello Trombadori ha l’idea ingegnosa che i gappisti agiscano in coppia (un uomo ed una donna) per dare meno nell’occhio e quindi poter eludere più facilmente i controlli dei nazifascisti. Si costituiscono quindi quattro coppie: Lucia e Mario; Mauro Calamandrei e Maria Teresa Regard;
Sasà Bentivegna e Carla Capponi; Ernesto Borghesi e Marisa Musu. Le prime tre coppie si uniranno anche nella vita, con il matrimonio. Solo una, quella di Lucia e Mario, rimarrà unita fino alla fine, per oltre 72 anni.
Lucia Ottobrini, Maria Teresa Regard, Carla Capponi e Marisa Musu diventano le “quattro ragazze dei Gap Centrali”. Sono tutte giovanissime (alcune neppure ventenni, come Lucia e Marisa). Per la loro attività nella Resistenza, ricevono tutte la decorazione al Valore Militare ed un grado militare: Carla capponi ha la Medaglia d’Oro e le altre tre quella d’Argento. Due (Carla e Lucia) hanno il grado militare di capitano e le altre due (Marisa e Maria Teresa) quello di tenente.
I GAP Gramsci e Pisacane operano spesso insieme, per cui si crea, nel tempo, una solida amicizia tra Lucia, Mario, Sasà Bentivegna e Carla Capponi, anche se i quattro hanno una personalità molto diversa.
Entrando nella Resistenza armata a 19 anni, Lucia cambia vita: vive in clandestinità, con una carta di identità falsa, intestata a Maria Fiori. Gira sempre armata, portando nella borsetta una pistola calibro 625 (e anche una bomba a mano, quando deve partecipare a qualche azione). Opera quasi sempre insieme con Mario, di cui porta nella borsetta la pistola calibro 7,65.
Lucia opera con il nome di battaglia di Maria (i nomi di molti gappisti sono stati tratti dal Vangelo, su idea del prof. Gioacchino Gesmundo, capo redattore del giornale comunista clandestino L’Unità). I tedeschi la ricercano con impegno in tutta Roma, perché la considerano una partigiana “pericolosa” in quanto parla tedesco e quindi elude facilmente i controlli.
Per tutto l’autunno Lucia partecipa ad importanti azioni militari dei Gap Centrali. Il 18 dicembre 1943, il quartetto di Lucia, Mario Fiorentini, Rosario Bentivegna e Carla Capponi partecipa ad un’azione contro i soldati tedeschi all’uscita del Cinema Barberini (nella piazza omonima, vicino a via Vittorio Veneto). L’azione è conclusa da Bentivegna che in bicicletta lancia una bomba contro i soldati, provoca la morte di otto militari ed un numero imprecisato di feriti. Lucia è fermata poco distante dalle SS insieme a Carla Capponi ma, grazie alla sua ottima conoscenza del tedesco, le due donne vengono subito rilasciate e si confondono in mezzo agli sfollati, nel Traforo Umberto I.
Il 26 dicembre 1943 Mario Fiorentini lancia un ordigno con due chili di tritolo contro l’ingresso del carcere di Regina Coeli, mentre transita in bicicletta sul Lungotevere sovrastante di via della Lungara (in cui si trova il carcere): lì una ventina di militari tedeschi sono impegnati nel “cambio della guardia”. Lucia partecipa, insieme a Carla Capponi, Rosario Bentivegna e Franco di Lernia, alla “copertura” dell’azione. Rimangono uccisi sette tedeschi ed una decina sono feriti. Fiorentini riesce a fuggire, nonostante il fuoco cui è fatto segno da guardie e militari affacciati alle finestre del carcere. In seguito a questa azione gappista, le autorità naziste di occupazione vietano la circolazione dei «bicicli». Il divieto è raggirato dai cittadini romani che aggiungono fantasiosamente una terza ruota, piccola, alle biciclette.
Alla fine di gennaio 1944, dopo lo sbarco degli Alleati ad Anzio (22 gennaio), i GAP Centrali sono sciolti ed i gappisti sono inviati nelle zone a sud di Roma per operare insieme con i gappisti locali, per attaccare i convogli militari tedeschi diretti al fronte. Lucia e Mario sono inviati nella zona della via Tuscolana. Tornano a Roma all’inizio del marzo 1944 e riprendono la lotta armata contro i nazifascisti.
Il 10 marzo 1944 Lucia, Mario, Bentivegna e Franco Ferri, spuntano improvvisamente dai chioschi del Mercato rionale di Piazza Monte d’Oro (vicino a Via Tomacelli) e lanciano alcune bombe contro il Battaglione “Onore e Combattimento” degli Allievi Ufficiali della Guardia Nazionale Repubblicana, che apre il corteo fascista che celebra l’anniversario della morte di Giuseppe Mazzini. I gappisti riescono a dileguarsi, dopo aver causato tre morti e numerosi feriti tra i fascisti.
L’operazione gappista più “famosa” nella quale è coinvolta Lucia insieme con Mario Fiorentini, è l’organizzazione dell’azione di Via Rasella del 23 marzo 1944. Sono infatti loro che, abitando nel centro storico, vedono sfilare ogni giorno una Compagnia del III Battaglione del Poliziei Regiment Bozen, e decidono, molto temerariamente, di attaccarlo. Non si può tollerare la visione di quel Reparto, che sfila con solennità ed in armi per le strade di Roma, cantando inni militari e patriottici tedeschi. Tanto più che i suoi componenti sono formalmente cittadini italiani, nativi del cosiddetto Alto Adige.
Così, il 20 marzo 1944 invitano a pranzo, in una trattoria vicino a Via Rasella, Sasà Bentivegna e Carla Capponi. Quando passa il reparto nazista, Sasà dice: «dobbiamo attaccarlo», e Mario gli risponde «siamo qui per questo».
Lucia però all’azione di via Rasella del 23 marzo 1944 non partecipa. Solo perché malata. Vi prendono parte ben 12 gappisti. 33 i soldati tedeschi uccisi, oltre ad alcuni civili coinvolti. Scatta subito la rappresaglia nazista con l’eccidio, il giorno seguente, di 335 italiani, detenuti nel carcere nazista di Via Tasso e nel carcere di Regina Coeli alle Cave Ardeatine (da allora ribattezzate Fosse Ardeatine).
Nei giorni seguenti, in risposta alla strage nazista, Lucia e Mario, insieme con altri gappisti, preparano un’azione contro il corpo di guardia tedesco al carcere di Regina Coeli. Mentre sono in Largo Tassoni per iniziare l’attacco, arriva l’ordine di sospendere l’azione, per decisione del Comitato di Liberazione Nazionale-CLN.
Alla fine di aprile 1944, dopo l’arresto di vari gappisti in seguito al tradimento di uno di essi (Gugliemo Blasi), sottoposto a tortura, il Comando Regionale del PCI decide di inviare i gappisti rimasti fuori Roma per organizzare nuove bande partigiane. Lucia (che ora ha una nuova carta di identità falsa, intestata a Leda Lamberti) e Mario sono inviati nella zona di Tivoli- Castel Madama per organizzare gli attacchi alle autocolonne tedesche sulla Via Tiburtina, sulla Via Empolitana e sulla Via Palombarese. Lucia tiene i collegamenti con il Comando di Roma, dove si reca a piedi, percorrendo, con grande rischio, un tragitto di oltre 70 km tra l’andata ed il ritorno. Nelle sue interviste, Lucia racconta che quasi sempre aveva i piedi gonfi e piagati, ma per fortuna aveva sempre trovato qualcuno disposto a curarglieli.
Il territorio tiburtino di operazione dei gappisti romani è però molto diverso da quello romano. Ora devono agire in zone aperte e devono fronteggiare non più singoli nazisti o piccoli gruppi di soldati, ma interi reparti ben equipaggiati e attestati, mentre loro hanno un armamento leggero. Non possono più nascondersi in case di amici, ma in grotte ed in casolari abbandonati. Per fortuna, trovano sempre la solidarietà della popolazione locale.
A Tivoli, una mattina di maggio, dopo una notte passata in gran parte a discutere sul modo migliore per bloccare il piano tedesco di distruzione di alcune centrali idroelettriche della zona, mentre Lucia sta uscendo di casa, dopo gli altri, c’è un bombardamento. Lucia vede cadere vicino a sé le bombe, che squarciano le case, distruggendo tutto. La pervade una grande paura come non le era mai capitato prima, durante i sette mesi di guerriglia urbana condotta a Roma, dal settembre 1943 al marzo 1944. Per la prima volta sente la paura. Si sente in pericolo e “sola”, non ha più vicino il “suo Mario”, che è stato inviato ad operare in un’altra zona. L’imminenza della liberazione di Roma e la primavera di una nuova storia facevano germogliare sensi nuovi nella giovane partigiana. C’è un tempo per combattere e uno per amare, parafrasando l’Ecclesiaste.
Durante la sua attività nei GAP, Lucia, anche se è religiosa e praticante, “mette da parte” il Vangelo perché “sente” che non è compatibile con la pistola. Quindi non può essere una “praticante” mentre usa le armi. La pratica religiosa, con la frequenza della messa, la riprenderà subito dopo la liberazione di Roma.
Lucia partecipa, come abbiamo visto, ad importanti azioni armate, nella quali dimostra enorme coraggio, ma anche freddezza e lucidità, che causano la morte di ufficiali nazisti e di semplici soldati tedeschi. I nemici, visti da vicino, specie se singolarmente, sono esseri umani. E ricorda, tra le tante, la sera del 17 dicembre ’43 (quando con Mario Fiorentini, Rosario Bentivegna e Carla Capponi assalgono un alto ufficiale tedesco che ha una borsa piena di documenti importanti, ma la sua arma e quella di Mario si inceppano. Intervengono quindi Bentivegna e Capponi, che colpiscono a morte l’ufficiale): Lucia, nelle interviste, racconta sempre di non poter dimenticare il prolungarsi delle urla, le grida di aiuto ed i lamenti dell’ufficiale ferito. In generale, non ama parlare del suo impegno nella Resistenza, come ha ricordato in varie interviste anche recenti. Lucia quindi considera cose “brutte” le azioni che ha dovuto compiere. Spesso, nell’immediato dopoguerra, pensa con tristezza e dolore a quello che ha fatto (e forse ne prova vergogna), e non si riconosce in quella “Lucia con la pistola” che sparava a sangue freddo per uccidere. Si domanda anche se quella persona era veramente lei, o era un’altra Lucia.
Lucia però, anche se impugna le armi, è sempre restata una persona, e una donna. Così, una volta, come dice in alcune interviste, si commuove ascoltando alcuni giovanissimi soldati tedeschi che cantano “Andiamo a casa, dove staremo bene”: una canzone piena di genuina nostalgia della casa e della famiglia. Probabilmente avrà ripensato agli anni dell’Alsazia, riconoscendo la melodia per averla sentita negli anni trascorsi lì.
Mario e Lucia si sposano a Roma il 16 agosto 1945. Lui indossa la sua divisa militare logora; lei veste un abito semplice ma sempre di guerra. Una sarta l’ha confezionato con la seta di un paracadute, regalatole da Mario.
Da allora hanno vissuto sempre insieme, serenamente, per settant’anni, tenendosi spesso per mano, come quel 10 settembre 1943 in Via del Tritone, davanti ai carri armati tedeschi dalle cui torrette si ergevano sprezzanti e certi di invincibilità i capi-carro.
Nel 1945, Lucia e Mario aderiscono al PCI e vi rimangono sempre iscritti in tutte le sue trasformazioni, celebrando i 70 anni di militanza politica continuativa in quello che oggi è il PD.
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| Lucia OTTOBRINI nel 2015 |
Nel 1946, Lucia e Dolores Ibarruri (la famosa “pasionaria” della Resistenza spagnola al franchismo) contattano Ho Ci Min, che guida la resistenza nella lotta di liberazione del suo paese (il Vietnam) dalla dominazione francese. Per Lucia è una decisione difficile: la Francia è la sua seconda Patria, vi ha vissuto gli anni della sua infanzia e della sua giovinezza. Però i nove mesi di attività partigiana, a Roma ed in Sabina, l’hanno convinta che la libertà è il bene supremo per ogni uomo. E riconosce che è dovere di ognuno agire, ed anche con le armi se necessario, per conquistare la propria libertà e quella del proprio paese, contro chiunque la minacci. La lotta per la libertà assume forme sempre nuove col cambiare dei tempi, e pone questioni sempre nuove. Ricordiamo quello che Lucia ha detto nella sua ultima intervista, nel giugno 2015, quando, al giornalista che le chiede «cosa è la libertà?», lei risponde: «Bisogna essere onesti... Bisogna lottare per le cose giuste». Per Lucia, quindi la libertà è il valore fondamentale, non scindibile dall’onestà, oggi sempre più assente dalla vita politica e sociale italiana. E non ci può essere onestà senza la giustizia, soprattutto quella sociale.
Sull'autore
Giorgio Giannini è nato a Roma nel 1949.
Ha conseguito la Laurea in Giurisprudenza, la Specializzazione in Diritto penale e Criminologia e il Perfezionamento in Scienze Amministrative presso l’Università “La Sapienza”, di Roma.
È stato obiettore di coscienza al servizio militare e docente di Discipline Giuridiche ed Economiche nelle Scuole Superiori.
Negli anni 1996-1998 ha prestato servizio presso il Museo Storico della Liberazione di Roma in via Tasso 145, Roma.
Dal 2006 è presidente dell’associazione pacifista e nonviolenta Centro Studi Difesa Civile, costituita nel 1988 (www.pacedifesa.org).
Fa parte del Direttivo del Circolo Giustizia e Libertà, fondato a Roma nel 1948 da partigiani del Partito d’Azione, e dell’Associazione democratica Giuditta Tavani Arquati, fondata a Roma nel 1887 per tutelare gli ideali risorgimentali, e inoltre è membro della Associazione nazionale del libero pensiero Giordano Bruno, costituita a Roma nel 1906 per tutelare gli ideali di libertà e di laicità.
Ha pubblicato nel 2018 con LuoghInteriori L’inutile strage – Controstoria della Prima guerra mondiale, opera vincitrice della Sezione Saggistica al Premio Letterario “Città di Castello” edizione 2017.
Ha scritto 11 libri sui temi dell’Obiezione di Coscienza, della Resistenza e del Giorno della Memoria (in particolare sulle “vittime dimenticate” della barbarie nazista: Rom, omosessuali, disabili…). Sugli stessi argomenti ha curato oltre 200 articoli.