01 dicembre 2021

DOCUMENTI: UN MONUMENTO PER EDMONDO RIVA

 Un articolo del 1995 pubblicato sul settimanale dell'area metropolitana di Roma "hinterland" che riporta l'inaugurazione del monumento che le città di Monterotondo e Fara Sabina quell'anno dedicarono al Partigiano Combattente Edmondo RIVA, medaglia d'oro alla memoria.

Edmondo RIVA, nato a Monterotondo il 19 novembre del 1901, fu fucilato a Canneto, frazione di Fara Sabina, il 6 giugno del 1944, dopo essere stato torturato dai nazisti; fu catturato al ritorno di uno dei tanti recuperi di armi e radio dagli aviolanci, effettuati dagli Alleati sui Pratoni di Monte Gennaro, che servivano per rifornire i Resistenti e le bande partigiane attive a Roma e Provincia. 

Dalla pag 3 di "hinterland" del 10 giugno 1995

Un documento che il Centro di Documentazione Antifascista mette a disposizione di tutti gli antifascisti ma in special modo per la memoria degli antifascisti di Monterotondo e di Fara Sabina.


21 novembre 2021

VINCENZO PROIETTI: UN ANTIFASCISTA TIBURTINO MORTO A MADRID NEL 1936

 Il falegname Vincenzo PROIETTI, figlio del filatore Girolamo nacque a Tivoli il 28 febbraio 1894 e morì in un ospedale di Madrid, a causa delle ferite riportate nella battaglia di "Casa de Campo" il 22 Novembre del 1936. Nel suo atto di nascita al Comune di Tivoli è registrato sia l'atto di matrimonio che, quello di morte.

L'atto di Nascita di Vincenzo Proietti 

Dal Casellario Politico Centrale risulta che Vincenzo era sorvegliato dall'OVRA, la polizia del regime fascista e da quelle poche righe riusciamo a tratteggiare parte della sua figura: nel '36, insieme a migliaia di antifascisti di tutto il mondo si arruolarono nelle Brigate Internazionali per aiutare la Spagna repubblicana attaccata dall'esercito franchista che voleva rovesciarla.

Notizie tratte dal CPC-Ovra pag.1

Notizie tratte dal CPC-Ovra pag.2




Domani, 22 novembre 2021, saranno 85 anni dalla sua morte e ci sembra doveroso ricordare il sacrificio di questo operaio tiburtino che, dopo essere stato negli Stati Uniti, in Sardegna e in Belgio a lavorare pensò, come  antifascista (socialista o comunista questo ancora è da verificare), di partire per la Spagna con le Brigate Internazionali.



Vogliamo ricordare che finora l'unico che ha documentato l'attività di Vincenzo PROIETTI è stato Francesco Maria Biscione in TIVOLI - Frammenti di Storia Supplemento di "Tendenze" del 1984

Tivoli - Frammenti di Storia 1984

Per approfondire e cercare i nomi di altri combattenti in Spagna partiti da Roma e da tutto il Lazio consigliamo il testo curato da Alvaro Lòpez per l'AICVAS (Associazione Italiana Combattenti Antifascisti di Spagna)









16 ottobre 2021

LA RAZZIA DEGLI EBREI DEL GHETTO DI ROMA

 Il 16 ottobre del 1943 ci fu il rastrellamento degli ebrei di Roma nonostante avessero pagato un "tributo" di quasi 50 chilogrammi di oro che Kappler fece raccogliere con la promessa, poi non mantenuta, di non arrestare gli ebrei romani che avevano, per così dire pagato il loro riscatto.

Il 16 ottobre, all'alba, le SS circondarono e chiusero il ghetto di Roma e, sfondando porte e portoni, consegnarono ad ogni famiglia un biglietto che intimava loro di prepararsi in venti minuti portando con se soldi, gioielli, tessera annonaria e cibo per almeno otto giorni.



Chi fornì alle SS gli elenchi degli ebrei residenti a Roma? 

Sicuramente i "repubblichini" della capitale perché al prefetto di Roma arrivarono, tra il 1939 e il 1940, gli elenchi dettagliati di tutti gli ebrei della provincia ed in particolare di coloro che si erano trasferiti nella capitale dopo l'approvazione e la firma delle "Leggi Razziali". Alcuni di loro dalla provincia si trasferirono a Roma perché ritenevano che in una grande città sarebbero stati più al sicuro perché non facilmente individuabili, altri andarono invece nei piccoli paesi di montagna lontano dalla guerra e con la possibilità, ovviamente pagando, di essere ospitati e sfamati dai contadini del posto.


Nel 2019 e nei primi mesi del 2020, insieme ad Ivana CARRARINI, facemmo delle ricerche nell'Archivio Storico Comunale di Tivoli (ASCT) per reperire documenti utili alla mostra sulle Leggi del '38. Per questo studiavamo, attraverso documenti ufficiali, l'impatto che ebbero quest'ultime a livello locale. Volevamo capire come la città di Tivoli e l'amministrazione pubblica avevano reagito alle direttive imposte dalle Leggi razziali. 
Il lavoro, che in parte dovevamo presentare nella mostra programmata con l'amministrazione comunale per il marzo del 2020 e che, a causa della Pandemia non riuscimmo più ad inaugurare, portò alla luce alcuni documenti interessanti: i moduli di raccolta dati dei capofamiglia di religione ebraica, le disposizioni per il ritiro delle licenze agli ambulanti, il controllo esasperato della prefettura nel richiedere al Podestà informazioni sugli ebrei che avevano abbandonato la città, il monitoraggio sui dipendenti comunali per vedere chi aveva la madre o il padre di "razza ebraica", ecc).

Scheda per il rilevamento della razza ebraica per i dipendenti comunali


Riportiamo un documento relativo al censimento del 1931 perché possiamo affermare con certezza che già a partire da quell'anno vi erano 40 praticanti la religione israelitica e che complessivamente vi erano 18.358 abitanti.

Censimento del Regno 1931-Le religioni degli abitanti di Tivoli


L'enorme foglio per le dichiarazioni del capofamiglia di razza ebraica proposti dal Comune di Tivoli.


Dai fogli che furono utilizzati dall'amministrazione comunale per il rilevamento degli ebrei presenti nel Comune (ne riportiamo uno non utilizzato per preservare i nominativi delle persone che, nel 1939, furono registrate) si può dedurre che negli anni successivi alla compilazione, più di qualche famiglia si trasferì a Roma cercando di far perdere le proprie tracce ma anche qui si scatenarono i più bassi istinti per la denuncia delle famiglie "clandestine" con il solo scopo di ricevere denaro o favori.


Tutta la documentazione raccolta negli anni precedenti, sia dalle strutture istituzionali, Comuni, Prefetture, organi di polizia, Servizi Segreti (OVRA) che dalla Guardia Nazionale Repubblicana che nel 1943 collaborava con gli occupanti nazisti, servi per mettere in atto lo spaventoso rastrellamento di Roma del 16 ottobre 1943. I tedeschi pensavano di catturare circa 8000 ebrei ma riuscirono a prenderne poco più di un migliaio e, per loro fu un insuccesso. Per lo Stato Italiano una delle pagine più vergognose e per il popolo ebraico di Roma una tragedia enorme: dai campi di sterminio tornarono in 16: 15 uomini e una sola donna. Nessun bambino.

"Lo Schiaffo" un disegno a matita di Aldo Gay del 1944

Come si può dire che questa tragedia è solo opera dei nazisti? I fascisti furono non solo collaborativi ma diedero tutte le possibili informazioni (nomi, cognomi, date di nascita, domicili, residenze, dove gli ebrei provenienti dalla provincia erano stati ospitati, ecc.) affinché si potesse mettere in atto il rastrellamento che è stato un crimine contro l'umanità.

La volontà politica, 2 giugno 1940


Il rastrellamento degli ebrei nel nostro Paese non avvenne perché dalla sera alla mattina i tedeschi decisero di condurli ai campi di sterminio. Il fascismo, ed il suo capo Benito Mussolini, erano anni che avevano espresso chiaramente una volontà politica di segregazione e per realizzarla preparavano la logistica ed i campi di raccolta e di transito.

I Campi di Raccolta Provinciali e i Campi di Concentramento e Transito






25 settembre 2021

CENTO ANNI FA I FASCISTI UCCISERO L'ONOREVOLE DI VAGNO

 Perché è importante ricordare, a distanza di cento anni, l'assassinio del socialista Giuseppe Di Vagno per mano dei fascisti il 25 settembre del 1921 a Mola di Bari. L'onorevole Di Vagno, definito il gigante buono per la sua statura, fu la prima vittima dello squadrismo fascista dopo il “Patto di Pacificazione” firmato da fascisti e socialisti qualche mese prima della morte di Di Vagno



08 settembre 2021

FABRIZIO CERUSO UCCISO A SAN BASILIO

 È l'otto settembre del 1974, a Roma nel quartiere di San Basilio vicino a Rebibbia sono in atto gli sgomber delle case IACP occupate dai proletari romani. Sono giorni che la polizia tenta di liberare le case ma la resistenza nel quartiere è forte e le forze dell'ordine non riescono nel loro intento. Non si risparmiano colpi, la resistenza è dura e si lanciano oggetti e bottiglie incendiarie per ostacolare gli sgomberi.

Un giovane tiburtino, insieme a molti altri che sono accorsi per dar man forte ai resistenti, è colpito da un proiettile che di lì a poco lo uccide. Si chiamava Fabrizio Ceruso e faceva il cameriere, era un ragazzo generoso e gentile. Oggi a distanza di 47 anni è ancora viva la memoria di Fabrizio che è ricordato sia a Tivoli in piazza Santa Croce che a San Basilio in via Fiumata.








Le foto sono prese dal web.

28 agosto 2021

LA MORTE DI PERUZZI COMUNISTA DI VICOVARO

Per motivi di studio e di ricostruzione storica connessi alla fondazione del Fascio di Combattimento tiburtino e più in generale dell'avanzata del fascismo in provincia di Roma, ci siamo imbattuti in questa nota (la numero 15) che riproduciamo in foto



Nella nota 15 si legge di due fatti di violenza, quello di Vicovaro tragico, che accadono nei giorni delle elezioni politiche dell'aprile del 1924.
La vicenda relativa a Vicovaro è rilevante in quanto il PERUZZI, per ritorsione, fu oggetto di una brutale "spedizione punitiva" da parte di alcuni fascisti che lo ferirono a morte. Il PERUZZI è definito comunista ma nulla sappiamo né del fatto né della sua vicenda umana e politica.

Facciamo tale segnalazione pubblica confidando affinché qualcuno possa aiutarci a completare il quadro di questo drammatico evento.
Ad oggi ci mancano alcuni elementi essenziali per poter descrivere compiutamente il fatto delittuoso e le sue conseguenze, non solo umane ma anche giudiziarie.
Vorremmo sapere:
  1. se il cognome PERUZZI è esatto e non una distorsione di un altro cognome
  2. sapere il nome di PERUZZI e la sua professione
  3. la data esatta dell'aggressione e della morte
  4. avere la conferma se era un militante comunista.
Facciamo appello a quanti, di Vicovaro o della Valle dell'Aniene, potessero aiutarci in questa ricerca che, lo ribadiamo, ha bisogno di essere documentata con dati certi e non con supposizioni. Sarà nostra cura valutare e incrociare i dati per colmare le lacune e definire con certezza quello che con molta probabilità fecero le camice nere nell'aprile del 1924.

FONTE: Alessandro Visani "Le elezioni politiche del 1924 nell'area tiburtina - sublacenze"; in Atti e Memorie della Società Tiburtina di Storia e D'Arte Vol. LXIX 1996 pp. 61-72
 

10 agosto 2021

LA DISPOSIZIONE DEL CORTEO DEL 25 SETTEMBRE 1977 INDICATA DAL MOVIMENTO DI BOLOGNA

 La tre giorni bolognese del settembre del 1977 segnò di fatto la fine del movimento del '77. Il "raduno" vide una partecipazione massiccia da parte dei compagni provenienti da ogni parte d'Italia. Anche i confronti furono interessanti anche se a volte un po' duri.

La maggior parte dei compagni la prese come una festa, una grande festa collettiva che poneva fine, per lo meno da parte del movimento, alla serie infinita di scontri con la polizia e le forze dell'ordine di quegli anni che, a torto, vennero definiti in maniera semplicistica "anni di piombo".

Come si vede dalla composizione del corteo i compagni di Bologna prevedevano di "contenere" l'area dell'Autonomia tra la testa del corteo formato dai compagni di Bologna e la chiusura del corteo affidata a Democrazia Proletaria e l'MLS.

Nel volantino è anche indicato tutto il percorso del corteo che da via Zamboni avrebbe raggiunto piazza 8 agosto

Il documento è originale e fa parte della documentazione personale di Claudio Proietti.


Il volantino dei compagni di Bologna con le indicazioni per la composizione del corteo del 25/9/77


17 luglio 2021

I SOCIALISTI LA FARINA E IL PANE DI VICOVARO NEL 1920

Roma, camera dei deputati. Siamo nel 1920 è il 10 luglio e l'ex segretario del P.S.I. Costantino Lazzari attende la risposta alla sua interrogazione parlamentare al Ministro dell'industria e del Commercio e al commissario generale per gli approvvigionamenti e consumi alimentari. A Vicovaro (Rm) sono stati assegnati per ogni persona 5Kgr di farina che essendo insufficiente ha generato un aumento consistente del prezzo del pane.






I socialisti presenti in parlamento dopo le elezioni del 1919 sono ben 156, nel 1921 ci sarà la scissione ed il partito ha come segretario politico Egidio Gennari che ha sostituito Nicola Bombacci decaduto da segretario in quanto eletto e quindi incompatibile con la carica di segretario.
Ricordiamo che Bombacci, scisssionista a Livorno nel 1921, sarà arrestato e fucilato a Dongo mentre con Mussolini, Claretta Petacci ed altri gerarchi, tentava la fuga dall'Italia nell'aprile del 1945.
Qui sotto la risposta del Commissario Soleri all'interrogante Lazzari.



I socialisti, non si facevano sfuggire nessuna occasione per mettere in difficoltà il governo Giolitti e rivendicare i diritti dei lavoratori e dei subalterni che lavoravano più di 10 ore al giorno per poter sfamare la propria famiglia.
Il prezzo del pane, grazie all'aumento dell'assegnazione della quantità di farina per tutta la popolazione di Vicovaro pari a 52 quintali mensili, rientrò ben presto a prezzi controllati e accessibili per tutti proprio grazie all’intervento dei socialisti in Parlamento.
Oggi, con una facile battuta, potremmo dire che la tradizione di grandi panificatori risale almeno agli inizi del secolo scorso cioè ad almeno 100 anni fa. 


16 giugno 2021

LUCIA OTTOBRINI PARTIGIANA COMBATTENTE

Era il 2016 quando incontrammo Mario Fiorentini nella sua casa di Roma. Fu a casa di Mario che conobbi Giorgio Giannini e che mi inviò questo suo "ricordo" di Lucia Ottobrini. Lucia ci aveva lasciato da pochi mesi e quel giorno Mario la ricordò più volte e, ancora innamorato, la ricordava come una donna bellissima e coraggiosa. Mi fa piacere, anche se a distanza di qualche anno, pubblicare lo scritto di Giorgio perché è un pezzo di memoria dei GAP Centrali che, dopo l'attacco di via Rasella, si lega anche con la città di Tivoli e con i ricordi di Lucia, una combattente straordinaria. 



Essere donna nei “GAP centrali”

di Giorgio Giannini - 14 dicembre 2015 -

«Non amo ricordare quelle storie perché per me sono troppo brutte. Mi fanno ancora male. Per me, quel periodo è stata la parte più brutta della vita, se fosse possibile le cancellerei dalla mia memoria», lamentava Lucia Ottobrini (2 ottobre 1924 – 26 settembre 2015) nelle interviste. 
Lucia OTTOBRINI durante il periodo della lotta partigiana

«Giovane e ardimentosa partigiana, [...] con coraggio virile non esitava ad impugnare le armi, battendosi più volte a fianco dei compagni di lotta, sempre dando esempio di impareggiabile ardimento». Qualcosa di sé non le corrispondeva. Forse quel «coraggio virile», che nella motivazione della Medaglia d’Argento al Valor Militare spiegava la sua strenua partecipazione alla guerra partigiana in chiave classificatoria, antropologico-sessuale. In realtà fu in quella guerra che nacque il suo primo amore per il compagno di azione, suo futuro marito. Nella borsetta custodiva anche l’arma di lui. Forse un istinto di protezione. 

Non è mai stato facile per Lucia Ottobrini vivere i propri principi e coniugarli attraverso le contraddizioni. 
Nasce a Roma il 2 ottobre 1924. Sarà seconda di nove figli. All’inizio del 1925 la madre Domenica De Nicola emigra con lei e il primo figlio a Mulhouse, nell’Alsazia appena annessa alla Francia dopo la Grande Guerra. In seguito, il padre Francesco li raggiunge nella cittadina industriale alsaziana, dove nascono gli altri sette fratelli minori di Lucia. 

A Mulhouse Lucia frequenta le scuole di lingua francese e nel contempo impara il tedesco, la lingua parlata comunemente dalla popolazione ‘annessa’, appunto tedesca. 
Vive in un ambiente cosmopolita, dato che a Mulhouse vivono e lavorano persone provenienti da paesi lontani (Italia, Boemia, Polonia), di lingua e religione diverse (cattolici, protestanti, ebrei), a contatto con questo mondo multietnico e plurireligioso, importante per la sua formazione culturale di tolleranza e di apertura verso gli altri, anche se “diversi”. 

A scuola, la sua migliore amica è una ragazza polacca. Inoltre, per un po’ frequenta anche un doposcuola che è gestito dalla Comunità ebraica. Un giorno – Lucia racconta – il Rabbino le pone la mano sulla testa e la benedice. Quel gesto, racconta, «non lo dimenticherò mai e da allora ho sempre amato gli ebrei». Questo ‘amore per gli ebrei’ è uno dei motivi di lungo corso che la portano a maturare la scelta di combattere i nazisti ed i fascisti. 

A tredici anni, la prima comunione. Il sacerdote che la istruisce nel catechismo ha una profonda influenza su di lei, tanto che, da allora, sarà sempre una cattolica praticante, tranne che nei nove mesi in cui combatte nella Resistenza, durante i quali – come ripeteva nelle interviste – aveva «messo da parte» il Vangelo. 
A Mulhouse Lucia vive l’ambiente sociale proletario (anche se non ne fa parte): lavori e vite pesanti, come quelli dei minatori nelle miniere di potassio. Tutti questi elementi diversi contribuiscono alla formazione sociale di Lucia, che la porta ad essere dalla parte dei lavoratori sfruttati dagli imprenditori, anche senza aderire e militare in un partito di sinistra. Nella formazione di Lucia ha un ruolo importante anche la madre Domenica, che ha principi morali rigidi ed è sempre solidale nei confronti di chi ha bisogno. 

Nel 1940 l’Alsazia è occupata dai tedeschi, che deportano nei lager nove parenti della zia Elisabetta perché ebrei. I genitori di Lucia decidono di ritornare a Roma. Poiché la famiglia è molto numerosa (undici persone: i due genitori e nove figli minori) e povera, viene loro assegnata una casa popolare nella borgata periferica di Primavalle, dove il Governo fascista ha disposto l’insediamento soprattutto degli abitanti sfollati dai quartieri del centro della città, abbattuti per costruire strade simboliche del regime, quali via dei Fori Imperiali e via della Conciliazione. 
Il padre Francesco non riesce, a Roma, a trovare un lavoro dignitoso perché non è iscritto al Partito Nazionale Fascista. Inoltre, nonostante abbia nove figli minori, è chiamato alle armi nei Servizi Sanitari ed è inviato in Russia, dove è presto considerato “disperso”. Ritornerà a Roma solo anni dopo la fine della guerra. 

L’unica che lavora, in un ospedale, è la madre Domenica. 
Pertanto, per aiutare economicamente la famiglia, già dal 1940, Lucia, benché abbia appena 16 anni, va a lavorare all’Ufficio Valori del Ministero del Tesoro, in Via XX Settembre, dove è impiegata alla Cassa Speciale nel controllo delle banconote. Consegna il suo stipendio alla madre per il mantenimento della famiglia e trattiene per sé solo pochi soldi per comperare libri. Infatti Lucia ama leggere, soprattutto opere dei classici francesi e russi. Anche altre due sorelle lavorano, commesse in negozi del centro storico di Roma, dato che parlano molto bene il francese. 

Lucia è una bella ragazza. Ma molto riservata, quasi timida. Per questo motivo, unitamente al fatto che non parla bene l’italiano, non ha amicizie. Pensa solo a lavorare e a leggere. L’unico svago, la domenica, è passeggiare con una sorella per la città o assistere a un concerto gratuito in piazza. E’ in una di queste domeniche di maggio 1943 che, mentre assiste con una sorella al concerto di una banda, sulla Piazza del Pincio (il belvedere di Villa Borghese, sopra Piazza del Popolo) conosce Mario Fiorentini. Lui sente che parlano in francese, si avvicina, ed inizia a parlare con loro in questa lingua, che conosce bene. E’ un “colpo di fulmine”, o meglio «una fiammata che non si è mai spenta né attenuata» in oltre settant’anni anni di vita insieme, come Lucia e Mario hanno detto in numerose interviste. 

Mario è un intellettuale antifascista. Appartiene ad una famiglia borghese, di religione ebraica, ma lui è un laico (o meglio, si definisce un «libero pensatore»). Ama tutte le arti. La musica (il padre lo porta, fin da piccolo, ai concerti di musica classica, soprattutto al Teatro Adriano), la pittura, il cinema, il teatro. E frequenta scrittori (Ugo Betti, Giorgio Caproni, Francesco Jovine, Sibilla Aleramo, Sandro Penna, Vasco Pratolini) e pittori (Giulio Turcato, Emilio Vedova, Renato Guttuso, Domenico Purificato): l’intellighenzia della futura Italia repubblicana. 
Mario proviene da un ambiente sociale e culturale profondamente diverso da quello in cui ha vissuto Lucia a Mulhouse. Non ha conosciuto i conflitti politici e sociali, tipici di una città operaia, dato che Roma è una città ministeriale. Soprattutto, non conosce i problemi di emarginazione sociale ed economica delle periferie perché appartiene ad una famiglia borghese, sempre vissuta nel centro storico della città. Lucia è per lui una finestra su un mondo, e forse sul mondo.

La loro frequentazione opererà un profondo cambiamento in entrambi: Mario prenderà coscienza del problema sociale e dell’emarginazione socio-economica degli operai; Lucia, che era già contraria al regime fascista perché aggressore della Francia nel giugno 1940, quando era già stata sconfitta dai nazisti (la “pugnalata alle spalle”), matura una piena consapevolezza politica antifascista, entrando in contatto con l’ambiente intellettuale della sinistra frequentato da Mario. 

Nell’agosto 1943, dopo la caduta del fascismo, Lucia partecipa con Mario ed altri antifascisti sia comunisti (Antonio Cicalini, Antonello Trombadori, Franco Di Lernia), sia del Partito d’Azione (come Fernando Norma, elemento dirigente del movimento Giustizia e Libertà) sia di area cattolica (Antonino Tatò, Adriano Ossicini), alla ricostituzione del movimento degli “Arditi del popolo”, per organizzare la mobilitazione antifascista. L’idea era di ricostituire una realtà di lotta popolare di più di vent’anni prima, a sua volta scaturita dalle tecniche belliche e dall’immaginario virile degli Arditi di Guerra. Novità assoluta, stavolta, la presenza di una (sola) donna: Lucia. Attuano una manifestazione, con corteo, nel quartiere Prati, storico bacino di formazione degli Arditi del Popolo del ’21. 
La scelta di partecipare attivamente alla Resistenza antinazista, Mario e Lucia la maturano entrambi il pomeriggio del 10 settembre 1943, quando vedono sfilare in Via del Tritone, dall’angolo con Via Zucchelli, i carri armati tedeschi dalle cui torrette si ergono fieri, come guerrieri invincibili e dominatori, i capi-carro, dopo le due giornate di resistenza di Porta San Paolo. Mentre sfilano i carri tedeschi, Mario prende la mano di Lucia per rassicurala e le dice in francese «Nous sommes dans un cul de lampe» (questa ultima parola alcuni studiosi l’hanno travisata in “cul de sac”). La 
situazione è diventata molto difficile e pericolosa, e ricorda l’ingresso trionfale dei nazisti a Parigi, con l’instaurazione di un regime repressivo e la deportazione degli ebrei francesi. 
Lucia e Mario decidono allora di fare ‘qualcosa’ contro i nazisti: di agire, di combattere. Pertanto, vanno, con altri antifascisti, nelle caserme incustodite, a prendere le armi abbandonate dai soldati italiani dopo l’Armistizio dell’8 settembre 1943. Lucia ne nasconde alcune a casa sua. Il primo incarico politico affidato a Lucia da Laura Lombardo Radice è la raccolta di indumenti, medicine e alimentari da portare ai prigionieri politici antifascisti, rinchiusi nelle carceri, ed alle loro famiglie. Lucia partecipa poi ai “comizi-lampo” ed alle manifestazioni di protesta antifasciste. 

Quando la madre Domenica, che è filotedesca e lavora come infermiera in un ospedale militare tedesco, viene a conoscere la sua “decisione” di combattere i tedeschi, la picchia e la caccia di casa. A quel punto, Lucia abbandona la famiglia ed inizia una nuova vita insieme a Mario. 
Quando vengono trasferiti al Nord i Ministeri, dopo la costituzione della Repubblica Sociale Italiana (23 settembre 1843), Lucia lascia il lavoro al Ministero del Tesoro e si impegna a tempo pieno nella Resistenza. 
All’inizio di ottobre 1943, su proposta di Antonello Trombadori, dirigente comunista, vengono costituiti dei piccoli gruppi di 4-5 partigiani combattenti, i Gap, che devono attaccare i nazisti ed i fascisti, senza dare loro tregua, con la tattica della “guerriglia urbana” mutuata dai partigiani francesi. Lo scopo è far capire loro che non sono i “padroni” della città, la mai rispettata “città aperta”. 
Il primo GAP è l’Antonio Gramsci, diretto da Mario Fiorentini (nome di battaglia Giovanni) e Lucia è la sua vice.

Nelle settimane successive si costituiscono altri tre GAP: il Gastone Sozzi diretto da Franco Calamandrei (Cola) e nel quale milita Maria Teresa Regard (Piera), che sarà poi sua moglie; 
il Carlo Pisacane, diretto da Rosario Bentivegna (Sasà), nel quale milita Carla Capponi (Elena), che sarà poi sua moglie; il Giuseppe Garibaldi, diretto da Ernesto Borghesi (Ernesto, già militante nel GAP di Calamandrei), nel quale milita Marisa Musu (Rosa).

I quattro GAP sono chiamati GAP Centrali perché operano nel centro storico della città, che costituisce la Quarta delle Otto Zone operative in cui Roma è stata divisa dai Movimenti della Resistenza. La rete dei quattro GAP è diretta da Carlo Salinari (Spartaco) ed il Vice Comandante è Franco Calamandrei. 

Antonello Trombadori ha l’idea ingegnosa che i gappisti agiscano in coppia (un uomo ed una donna) per dare meno nell’occhio e quindi poter eludere più facilmente i controlli dei nazifascisti. Si costituiscono quindi quattro coppie: Lucia e Mario; Mauro Calamandrei e Maria Teresa Regard; 
Sasà Bentivegna e Carla Capponi; Ernesto Borghesi e Marisa Musu. Le prime tre coppie si uniranno anche nella vita, con il matrimonio. Solo una, quella di Lucia e Mario, rimarrà unita fino alla fine, per oltre 72 anni. 

Lucia Ottobrini, Maria Teresa Regard, Carla Capponi e Marisa Musu diventano le “quattro ragazze dei Gap Centrali”. Sono tutte giovanissime (alcune neppure ventenni, come Lucia e Marisa). Per la loro attività nella Resistenza, ricevono tutte la decorazione al Valore Militare ed un grado militare: Carla capponi ha la Medaglia d’Oro e le altre tre quella d’Argento. Due (Carla e Lucia) hanno il grado militare di capitano e le altre due (Marisa e Maria Teresa) quello di tenente. 

I GAP Gramsci e Pisacane operano spesso insieme, per cui si crea, nel tempo, una solida amicizia tra Lucia, Mario, Sasà Bentivegna e Carla Capponi, anche se i quattro hanno una personalità molto diversa. 
Entrando nella Resistenza armata a 19 anni, Lucia cambia vita: vive in clandestinità, con una carta di identità falsa, intestata a Maria Fiori. Gira sempre armata, portando nella borsetta una pistola calibro 625 (e anche una bomba a mano, quando deve partecipare a qualche azione). Opera quasi sempre insieme con Mario, di cui porta nella borsetta la pistola calibro 7,65.

Lucia opera con il nome di battaglia di Maria (i nomi di molti gappisti sono stati tratti dal Vangelo, su idea del prof. Gioacchino Gesmundo, capo redattore del giornale comunista clandestino L’Unità). I tedeschi la ricercano con impegno in tutta Roma, perché la considerano una partigiana “pericolosa” in quanto parla tedesco e quindi elude facilmente i controlli.
 
Per tutto l’autunno Lucia partecipa ad importanti azioni militari dei Gap Centrali. Il 18 dicembre 1943, il quartetto di Lucia, Mario Fiorentini, Rosario Bentivegna e Carla Capponi partecipa ad un’azione contro i soldati tedeschi all’uscita del Cinema Barberini (nella piazza omonima, vicino a via Vittorio Veneto). L’azione è conclusa da Bentivegna che in bicicletta lancia una bomba contro i soldati, provoca la morte di otto militari ed un numero imprecisato di feriti. Lucia è fermata poco distante dalle SS insieme a Carla Capponi ma, grazie alla sua ottima conoscenza del tedesco, le due donne vengono subito rilasciate e si confondono in mezzo agli sfollati, nel Traforo Umberto I. 


Il 26 dicembre 1943 Mario Fiorentini lancia un ordigno con due chili di tritolo contro l’ingresso del carcere di Regina Coeli, mentre transita in bicicletta sul Lungotevere sovrastante di via della Lungara (in cui si trova il carcere): lì una ventina di militari tedeschi sono impegnati nel “cambio della guardia”. Lucia partecipa, insieme a Carla Capponi, Rosario Bentivegna e Franco di Lernia, alla “copertura” dell’azione. Rimangono uccisi sette tedeschi ed una decina sono feriti. Fiorentini riesce a fuggire, nonostante il fuoco cui è fatto segno da guardie e militari affacciati alle finestre del carcere. In seguito a questa azione gappista, le autorità naziste di occupazione vietano la circolazione dei «bicicli». Il divieto è raggirato dai cittadini romani che aggiungono fantasiosamente una terza ruota, piccola, alle biciclette. 

Alla fine di gennaio 1944, dopo lo sbarco degli Alleati ad Anzio (22 gennaio), i GAP Centrali sono sciolti ed i gappisti sono inviati nelle zone a sud di Roma per operare insieme con i gappisti locali, per attaccare i convogli militari tedeschi diretti al fronte. Lucia e Mario sono inviati nella zona della via Tuscolana. Tornano a Roma all’inizio del marzo 1944 e riprendono la lotta armata contro i nazifascisti. 


Il 10 marzo 1944 Lucia, Mario, Bentivegna e Franco Ferri, spuntano improvvisamente dai chioschi del Mercato rionale di Piazza Monte d’Oro (vicino a Via Tomacelli) e lanciano alcune bombe contro il Battaglione “Onore e Combattimento” degli Allievi Ufficiali della Guardia Nazionale Repubblicana, che apre il corteo fascista che celebra l’anniversario della morte di Giuseppe Mazzini. I gappisti riescono a dileguarsi, dopo aver causato tre morti e numerosi feriti tra i fascisti. 
L’operazione gappista più “famosa” nella quale è coinvolta Lucia insieme con Mario Fiorentini, è l’organizzazione dell’azione di Via Rasella del 23 marzo 1944. Sono infatti loro che, abitando nel centro storico, vedono sfilare ogni giorno una Compagnia del III Battaglione del Poliziei Regiment Bozen, e decidono, molto temerariamente, di attaccarlo. Non si può tollerare la visione di quel Reparto, che sfila con solennità ed in armi per le strade di Roma, cantando inni militari e patriottici tedeschi. Tanto più che i suoi componenti sono formalmente cittadini italiani, nativi del cosiddetto Alto Adige. 


Così, il 20 marzo 1944 invitano a pranzo, in una trattoria vicino a Via Rasella, Sasà Bentivegna e Carla Capponi. Quando passa il reparto nazista, Sasà dice: «dobbiamo attaccarlo», e Mario gli risponde «siamo qui per questo». 
Lucia però all’azione di via Rasella del 23 marzo 1944 non partecipa. Solo perché malata. Vi prendono parte ben 12 gappisti. 33 i soldati tedeschi uccisi, oltre ad alcuni civili coinvolti. Scatta subito la rappresaglia nazista con l’eccidio, il giorno seguente, di 335 italiani, detenuti nel carcere nazista di Via Tasso e nel carcere di Regina Coeli alle Cave Ardeatine (da allora ribattezzate Fosse Ardeatine). 


Nei giorni seguenti, in risposta alla strage nazista, Lucia e Mario, insieme con altri gappisti, preparano un’azione contro il corpo di guardia tedesco al carcere di Regina Coeli. Mentre sono in Largo Tassoni per iniziare l’attacco, arriva l’ordine di sospendere l’azione, per decisione del Comitato di Liberazione Nazionale-CLN. 
Alla fine di aprile 1944, dopo l’arresto di vari gappisti in seguito al tradimento di uno di essi (Gugliemo Blasi), sottoposto a tortura, il Comando Regionale del PCI decide di inviare i gappisti rimasti fuori Roma per organizzare nuove bande partigiane. Lucia (che ora ha una nuova carta di identità falsa, intestata a Leda Lamberti) e Mario sono inviati nella zona di Tivoli- Castel Madama per organizzare gli attacchi alle autocolonne tedesche sulla Via Tiburtina, sulla Via Empolitana e sulla Via Palombarese. Lucia tiene i collegamenti con il Comando di Roma, dove si reca a piedi, percorrendo, con grande rischio, un tragitto di oltre 70 km tra l’andata ed il ritorno. Nelle sue interviste, Lucia racconta che quasi sempre aveva i piedi gonfi e piagati, ma per fortuna aveva sempre trovato qualcuno disposto a curarglieli. 
Il territorio tiburtino di operazione dei gappisti romani è però molto diverso da quello romano. Ora devono agire in zone aperte e devono fronteggiare non più singoli nazisti o piccoli gruppi di soldati, ma interi reparti ben equipaggiati e attestati, mentre loro hanno un armamento leggero. Non possono più nascondersi in case di amici, ma in grotte ed in casolari abbandonati. Per fortuna, trovano sempre la solidarietà della popolazione locale. 

A Tivoli, una mattina di maggio, dopo una notte passata in gran parte a discutere sul modo migliore per bloccare il piano tedesco di distruzione di alcune centrali idroelettriche della zona, mentre Lucia sta uscendo di casa, dopo gli altri, c’è un bombardamento. Lucia vede cadere vicino a sé le bombe, che squarciano le case, distruggendo tutto. La pervade una grande paura come non le era mai capitato prima, durante i sette mesi di guerriglia urbana condotta a Roma, dal settembre 1943 al marzo 1944. Per la prima volta sente la paura. Si sente in pericolo e “sola”, non ha più vicino il “suo Mario”, che è stato inviato ad operare in un’altra zona. L’imminenza della liberazione di Roma e la primavera di una nuova storia facevano germogliare sensi nuovi nella giovane partigiana. C’è un tempo per combattere e uno per amare, parafrasando l’Ecclesiaste. 


Durante la sua attività nei GAP, Lucia, anche se è religiosa e praticante, “mette da parte” il Vangelo perché “sente” che non è compatibile con la pistola. Quindi non può essere una “praticante” mentre usa le armi. La pratica religiosa, con la frequenza della messa, la riprenderà subito dopo la liberazione di Roma. 


Lucia partecipa, come abbiamo visto, ad importanti azioni armate, nella quali dimostra enorme coraggio, ma anche freddezza e lucidità, che causano la morte di ufficiali nazisti e di semplici soldati tedeschi. I nemici, visti da vicino, specie se singolarmente, sono esseri umani. E ricorda, tra le tante, la sera del 17 dicembre ’43 (quando con Mario Fiorentini, Rosario Bentivegna e Carla Capponi assalgono un alto ufficiale tedesco che ha una borsa piena di documenti importanti, ma la sua arma e quella di Mario si inceppano. Intervengono quindi Bentivegna e Capponi, che colpiscono a morte l’ufficiale): Lucia, nelle interviste, racconta sempre di non poter dimenticare il prolungarsi delle urla, le grida di aiuto ed i lamenti dell’ufficiale ferito. In generale, non ama parlare del suo impegno nella Resistenza, come ha ricordato in varie interviste anche recenti. Lucia quindi considera cose “brutte” le azioni che ha dovuto compiere. Spesso, nell’immediato dopoguerra, pensa con tristezza e dolore a quello che ha fatto (e forse ne prova vergogna), e non si riconosce in quella “Lucia con la pistola” che sparava a sangue freddo per uccidere. Si domanda anche se quella persona era veramente lei, o era un’altra Lucia. 


Lucia però, anche se impugna le armi, è sempre restata una persona, e una donna. Così, una volta, come dice in alcune interviste, si commuove ascoltando alcuni giovanissimi soldati tedeschi che cantano “Andiamo a casa, dove staremo bene”: una canzone piena di genuina nostalgia della casa e della famiglia. Probabilmente avrà ripensato agli anni dell’Alsazia, riconoscendo la melodia per averla sentita negli anni trascorsi lì. 

Mario e Lucia si sposano a Roma il 16 agosto 1945. Lui indossa la sua divisa militare logora; lei veste un abito semplice ma sempre di guerra. Una sarta l’ha confezionato con la seta di un paracadute, regalatole da Mario. 

Da allora hanno vissuto sempre insieme, serenamente, per settant’anni, tenendosi spesso per mano, come quel 10 settembre 1943 in Via del Tritone, davanti ai carri armati tedeschi dalle cui torrette si ergevano sprezzanti e certi di invincibilità i capi-carro. 

Nel 1945, Lucia e Mario aderiscono al PCI e vi rimangono sempre iscritti in tutte le sue trasformazioni, celebrando i 70 anni di militanza politica continuativa in quello che oggi è il PD. 

Lucia OTTOBRINI nel 2015

Nel 1946, Lucia e Dolores Ibarruri (la famosa “pasionaria” della Resistenza spagnola al franchismo) contattano Ho Ci Min, che guida la resistenza nella lotta di liberazione del suo paese (il Vietnam) dalla dominazione francese. Per Lucia è una decisione difficile: la Francia è la sua seconda Patria, vi ha vissuto gli anni della sua infanzia e della sua giovinezza. Però i nove mesi di attività partigiana, a Roma ed in Sabina, l’hanno convinta che la libertà è il bene supremo per ogni uomo. E riconosce che è dovere di ognuno agire, ed anche con le armi se necessario, per conquistare la propria libertà e quella del proprio paese, contro chiunque la minacci. La lotta per la libertà assume forme sempre nuove col cambiare dei tempi, e pone questioni sempre nuove. Ricordiamo quello che Lucia ha detto nella sua ultima intervista, nel giugno 2015, quando, al giornalista che le chiede «cosa è la libertà?», lei risponde: «Bisogna essere onesti... Bisogna lottare per le cose giuste». Per Lucia, quindi la libertà è il valore fondamentale, non scindibile dall’onestà, oggi sempre più assente dalla vita politica e sociale italiana. E non ci può essere onestà senza la giustizia, soprattutto quella sociale. 

Sull'autore

Giorgio Giannini è nato a Roma nel 1949.

Ha conseguito la Laurea in Giurisprudenza, la Specializzazione in Diritto penale e Criminologia e il Perfezionamento in Scienze Amministrative presso l’Università “La Sapienza”, di Roma.

È stato obiettore di coscienza al servizio militare e docente di Discipline Giuridiche ed Economiche nelle Scuole Superiori.

Negli anni 1996-1998 ha prestato servizio presso il Museo Storico della Liberazione di Roma in via Tasso 145, Roma.

Dal 2006 è presidente dell’associazione pacifista e nonviolenta Centro Studi Difesa Civile, costituita nel 1988 (www.pacedifesa.org).

Fa parte del Direttivo del Circolo Giustizia e Libertà, fondato a Roma nel 1948 da partigiani del Partito d’Azione, e dell’Associazione democratica Giuditta Tavani Arquati, fondata a Roma nel 1887 per tutelare gli ideali risorgimentali, e inoltre è membro della Associazione nazionale del libero pensiero Giordano Bruno, costituita a Roma nel 1906 per tutelare gli ideali di libertà e di laicità.

Ha pubblicato nel 2018 con LuoghInteriori L’inutile strage – Controstoria della Prima guerra mondiale, opera vincitrice della Sezione Saggistica al Premio Letterario “Città di Castello” edizione 2017.

Ha scritto 11 libri sui temi dell’Obiezione di Coscienza, della Resistenza e del Giorno della Memoria (in particolare sulle “vittime dimenticate” della barbarie nazista: Rom, omosessuali, disabili…). Sugli stessi argomenti ha curato oltre 200 articoli.

07 giugno 2021

7 GIUGNO 1944 - TIVOLI É LIBERA

 Un paio di anni fa fui invitato da alcuni colleghi del Liceo di Tivoli nell'ambito di un progetto che stavano realizzando alcuni allievi del 5° anno sul bombardamento della città nell'ambito della seconda guerra mondiale. Volevo portare ai ragazzi parte delle ricerche che avevo iniziato a fare negli archivi statunitensi ormai desecretati. Quella mattina fui invitato a sostituire il prof. Boratto che per problemi personali non sarebbe potuto intervenire. I colleghi furono cortesi a farmi l'invito e però dovetti improvvisare un racconto sui bombardamenti in sostituzione dell'on. prof. Alcibiade Boratto. Infatti era prevista la registrazione video ed era l'ultimo giorno utile per farla.



Il Generale Alphonse JUIN del CEF (Corps Expéitionnaire Français en Italie) si intrattiene a parlare
con Ignazio MISSONI, referente del CLN di Tivoli davanti all'attuale Bar Pica di piazza Garibaldi.
La foto è stata scattata alle 9:30 del 7 giugno 1944 da Mario BISCIONE 

Iniziai con l'illustrare proprio la foto dell'incontro del 7 di giugno tra Missoni e Juin. Tratteggiai la figura di Missoni e del suo ruolo nell'ambito della Resistenza tiburtina e poi raccontai dei bombardamenti e delle sofferenze di tutte le guerre che producono tanta tristezza, dolore e morte. Questo intervento fu registrato ed inserito, attraverso un opportuno montaggio, nel video che i ragazzi stavano preparando e che poi in seguito completarono.

Non credo che il prof. Boratto, mio collega al Volta di Tivoli prima di andare in pensione, abbia mai saputo di questa sostituzione o abbia mai visto questo filmato di sicuro posso dire che ho cercato di sostituirlo al meglio nonostante non siano paragonabili né le competenze né la capacità oratoria di Alcibiade mm si dovette fare di necessità virtù.

Purtroppo i limiti di caricamento video di questo Blog non ci consentono per ora di risolvere il problema. Per ora ci dobbiamo accontentare di vedere questi due fermo immagine prese dal video


Il Set allestito dai ragazzi della classe 5C a.s. 2018-2019
con le foto dei bombardamenti della seconda guerra mondiale


 

PARTIGIANI DI TIVOLI - QUARTA E ULTIMA PARTE


Concludiamo con la quarta parte la pubblicazione delle schede dei Patrioti e Partigiani di Tivoli. Per alcuni abbiamo preferito lasciare solo il cognome così come riportato nella scheda, quando avremo informazioni sicure e complete provvederemo ad inserirle.
Alcuni nominativi sono per noi una novità assoluta come per esempio quello della Patriota TANI Lidia che è sicuramente da approfondire.
Ci sono altre schede di Patrioti/Partigiani nati a Tivoli che sono però "registrati" in altre Regioni e per questi combattenti provvederemo ad elencarli ed a capire le ragioni di queste registrazioni così come ci è già capitato per il Partigiano garibaldino Tedeschi Amanzio detto "Stenis"; abbiamo preferito tenere separati i nominativi della Commissione Regionale del Lazio dalle altre Commissioni per una ragione di chiarezza e per non confondere il luogo di attività con quello di nascita. Infatti in questi quattro elenchi i luoghi di attività sono principalmente nella zona di Tivoli o al massimo in quella di Roma, in ogni caso sempre nei confini della Regione Lazio.
Qui di seguito i link per le altre parti:
Partigiani di Tivoli - Prima parte

ELENCO N.7




PUCCI Gilberto, PUCCI Libero, RICCI Bruno, RICCI Umberto
ROSSI Emilio, SABUCCI Guglielmo, SABUCCI Paris, SCARPELLI



ELENCO N.8

SETTE, SPAZIANI Tito, TANI Lidia, TASSI Aldo
TIFI Vito, VENTURA Umberto, VOLANTE Giulio, ZAMPAGLIONI Gino





24 maggio 2021

TIVOLI E IL BOMBARDAMENTO DEL 26 MAGGIO1944 - PRIMA PARTE

È sempre doloroso scrivere del bombardamento del 26 maggio 1944 su Tivoli. Per le tante vittime e per la ferita, grave, che fu inferta alla "città Superba" dal 321° Bombing Group del XII Air Force e dagli aerei inglesi di supporto ai B-25 Mitchell. Quando scattò l'operazione "Diadema" gli alleati erano determinati a rompere la linea Gustav e ad aprire la strada verso Roma ma avevano davanti la X armata tedesca e Cassino sembrava inespugnabile. La guerra, tutte le guerre, quando approfondisci non trovi altro che strategie militari per vincere e morte e dolore che diventano inevitabili.

Le squadriglie dei Bombardieri B-25 partivano dalla Corsica per fiaccare le retrovie tedesche, distruggere ponti e strade, far saltare fabbriche e depositi di armi e di carburante e anche città. Nella seconda guerra mondiale l'aviazione ha giocato un ruolo fondamentale per vincere la guerra. 

 

Gli eserciti coinvolti in una guerra, una volta avviata, hanno un unico scopo: vincere a qualsiasi costo perché al contrario le sofferenze sarebbero peggiori.

Le strade che furono attaccate dall'aviazione statunitense per ritardare la fuga dell'esercito tedesco in modo da non avere il tempo di costruire un nuovo fronte di difesa. Purtroppo gli accerchiamenti non andarono a buon fine ed i nazisti riuscirono in breve a costituire prima la Linea del Trasimeno e poi la ben nota Linea Gotica che da Pesaro arrivava a nord di Pisa


I bombardamenti strategici degli alleati servivano per vincere la guerra e miravano principalmente a interrompere le comunicazioni ed i movimenti delle truppe di occupazione tedesche sul nostro paese dopo l'armistizio dell'8 settembre del 1943; le bombe avevano lo scopo di colpire uomini e mezzi che, lontano dal fronte, servivano non solo a sostenere le battaglie della "prima linea", ma ad avvicendarsi e a fornire tutto ciò che serviva ad un esercito efficiente e agguerrito come quello tedesco che non era certo abituato a perdere.

La dichiarazione del Commissario straordinario Ignazio Missoni che elenca tutte le date dei bombardamenti aerei e dei cannoneggiamenti terrestri. Le date, come vedremo nella seconda parte si riferiscono solo ad alcune del 1944 e non sono riportate quelle relative al dicembre del 1943



I bombardamenti sulla città furono messi in atto tra il dicembre del 1943 e la fine di maggio del '44 e prevedevano, come da manuale, le distruzioni delle fabbriche, di ponti, di strade e di ferrovie per fiaccare l'operatività dell'avversario (fascisti e nazisti) e rendere difficile il movimento delle forze armate tedesche a nord della linea Gustav. E già qui sarebbe necessario aprire una parentesi su come la Wehrmacht approntava le linee difensive: rastrellava migliaia di persone per farle lavorare in modo coatto con l'impresa di costruzioni Todt attiva prima nella Germania nazista e poi nei Paesi occupati. Ma sulla Todt e sull'attività capitalistica delle grandi imprese tedesche occorrerà parlarne a parte.

I gruppi di Bombardieri americani nel 1943 e fino al 14 gennaio del '44 partivano dall'aeroporto pugliese di Amendola in provincia di Foggia, ormai conquistate dalle truppe alleate, poi da Paestum (Gaudo Airfield) ed infine, dal 5 aprile 1944 da Solenzara in Corsica. Le squadriglie di scorta ai bombardieri americani, gli spitfire della RAF britannica, spesso partivano dagli aeroporti pugliesi dislocati tra Termoli, San Severo e Foggia. Tra parentesi è interessante anche il ruolo svolto dalle forze aeree sia alleate che italiane nel rifornire di armi e mezzi la Resistenza jugoslava e greca proprio utilizzando gli aeroporti pugliesi.

Le quattro insegne delle squadriglie (445th, 446th, 447th e 448th) che componevano il 321° 


Gli squadroni da bombardamento del 321st erano quattro: il 445th, 446th, 447th e 448th ed erano dotati di B-25 Mitchell. Le date delle incursioni aeree su Tivoli e zone limitrofe (Ponte Lucano, Villa Adriana, Acquoria, Bagni di Tivoli, Guidonia) si possono ricavare dalla trascrizione dei fonogrammi che il Commissario prefettizio Dino Candeloro inviava al "Capo della Provincia di Roma" riportando sinteticamente il numero dei morti, dei feriti ed i danni agli edifici sia per le private abitazioni che per le industrie o le infrastrutture colpite (1)

Il frontespizio dei Report di tutti i bombardamenti da gennaio ad agosto del 1944. Tali documenti, riservati al quartier Generale del XII Air Force è rimasto segreto fino agli anni cinquanta ed ora è consultabile on line.


Grazie ai tanti e utili documenti desecretati negli ultimi anni dall'Amministrazione statunitense è possibile ricostruire per il bombardamento del 26 maggio 1944 non solo la "Missione", che era la #305, ma anche il "Target", quali furono le squadriglie impegnate (con il numero e quali aerei parteciparono), i nominativi di tutti gli uomini degli equipaggi ed i risultati ottenuti. Il complesso lavoro di ricerca individua non solo i rapporti ufficiali e i vari "Report" delle singole squadriglie ma anche impressioni e ricordi che si trovano nei diari di guerra degli uomini che parteciparono alle missioni.



Leggendo questi documenti e scorrendo i nomi dei componenti degli equipaggi si apre uno spaccato sulla composizione dei militari che fa riflettere in quanto ci sono i nomi di ragazzi che hanno le origini più disparate: irlandesi, scozzesi, italiani, spagnoli e, si può ipotizzare, di differenti classi sociali. Si percepisce il lavoro instancabile della macchina da guerra americana che mette in atto tantissime missioni giornaliere con lo scopo di fiaccare l'avversario e vincere la guerra. Una missione può essere una semplice "Milk Run" (un bombardamento senza pericoli, con scarsa opposizione della contraerea avversaria) oppure ad alto rischio.

Alla Missione #305 parteciparono due Stormi il 446th (13 aerei) e il 448th (13 aerei)

Otto dei tredici equipaggi della Squadriglia 446th, gli altri cinque nell'immagine seguente. In neretto il ruolo di ogni singolo componente dell'equipaggio: Pilota, CoPilota, Navigatore, Bombardiere, Radio Gunner, Gunner, Fotografo, Enginer Gunner





Nella giornata del 26 maggio del '44 era prevista anche la Mission #304 per le squadriglie 445th e 447th,  che avrebbero dovuto bombardare degli incroci in località Monterosi o, in alternativa,  un ponte dalle parti di Cecina; nel MACR #6613 (Missing Air Crew Report) si può leggere che proprio in quella missione l'aereo del Maggiore William C. Hunter "è precipitato in direzione di Arezzo - Umbertide" e che testimoni oculari hanno visto "tre lanci di paracadute prima che l'aereo precipitasse".




Per l'equipaggio infatti si ipotizza un asettico elenco di nomi e di sigle che riassumono "l'incidente": un KIA (Killed In Action), due POW (Prisoner Of War) e cinque RTD (Returned To Duty); accanto all'elenco dell'equipaggio ci sono i nomi dei parenti (padri, madri, mogli, ecc.) e gli indirizzi ai quali far avere le notizie dei loro congiunti. La guerra è guerra in tutti i Paesi ed il dolore arriva anche a migliaia di chilometri di distanza da dove si svolgono gli eventi.

Il B-25 sorvola Tivoli, alcune bombe sono esplose sulle pendici di Colle Vescovo; tra l'aereo e le esplosioni si riconoscono facilmente la Tiburtina Valeria, la ferrovia Tivoli-Avezzano ed il tortuoso tragitto del fiume Aniene. Sotto la "pancia" dell'aereo si distingue il tratto della via Empolitana fino al bivio per Castel Madama  


I B-25 Mitchell erano dei Bombardieri della USAAF che potevano caricare fino a 1340 Kg di Bombe ed avevano un equipaggio generalmente di sette uomini: Pilota e co-pilota, navigatore, puntatore e tre mitraglieri. Le bombe, che arrivarono quel venerdì del 1944 alle ore 10:30, raggiunsero si lo scopo di bloccare le strade e gli incroci per rallentare la fuga del nemico, ma colpirono anche la città e gravi furono i danni e tanti i morti. 

Molti cittadini alloggiavano nelle grotte e nelle case di campagna proprio per evitare di rimanere colpiti dai bombardamenti che si erano intensificati negli ultimi mesi.

Rara immagine che documenta proprio il momento di uno dei bombardamenti della città di Tivoli. Dal fumo e dalle polveri che sono state immortalate con uno scatto unico, si potrebbe supporre che sia proprio il bombardamento del 26 maggio 1944. A partire da sinistra si possono riconoscere facilmente: il campanile di San Francesco, il Convitto Nazionale e più in la la Rocca Pia ed il Niccolò Tommaso, attuale sede del Tribunale. 

 

Forse la ex via Garibaldi vista da viale Cassiano in quanto sulla sinistra si intravede in mezzo ai rami dell'albero il campanile di San Francesco e parte dell'edificio del Convitto Nazionale. Di Fronte a queste rovine si trova, se l'ipotesi è corretta, il Bar Igea e la salita di Viale Mannelli 



FONTI:

Tivoli 1943-1944 Tra occupazione tedesca e bombardamenti alleati Documenti dall'Archivio Storico Comunale - Catalogo della mostra - a cura di Mario Marino - Tivoli 2015

Documentazione Archivi USAAF

http://www.historyofwar.org/pictures_USAAF.html#321stBG



APPUNTI SULLA ROCCA PIA DI TIVOLI

La Rocca Pia a Tivoli con gli archi dell'acquedotto Rivellese, le mura della città, il campanile di S. Maria Maggiore e, sullo  sfondo, ...

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