23 luglio 2022

A CIASCUNO IL SUO 25 APRILE

Un editoriale di Ennio Remondino di qualche anno fa sul 25 aprile rivela la sua profonda conoscenza della Resistenza, dei Partigiani e di alcuni "eroi" che ha incontrato nella sua vita vissuta sempre da Antifascista. 


Roma, 1944.
Peter Tompkins con una valigia piena di documenti segreti e la pistola personale


Il nostro 25 aprile (Genova il 24)
L’operaio Scapini e il generale
Peter Tompkins e Don Berto

Ennio Remondino 25 aprile 2018 Editoriale su Remocontro.it

Il nostro 25 aprile. Ad ognuno il suo: per non perderlo, per non perderci

Il nostro 25 aprile, cose dette quattro anni fa, agli inizi di Remocontro, rivisitate oggi pensando che, un bel pezzo di politica ufficiale, Parlamenti e partiti vincitori, difficilmente celebreranno oggi la festa della Liberazione.
Editoriale datato, 4 feste dalla Liberazione fa.
Allora tempi di rottamazione dentro la sinistra.
Oggi, a sinistra rottamata, salviamo almeno il 25 aprile, festa della Liberazione dell’Italia dal nazifascismo.

Roma, 25 aprile 2014
Il nostro 25 aprile. E’ nella storia personale e di famiglia sentire molto vicina la giornata del 25 aprile. Resistenza, lotta di liberazione e antifascismo sono parole importanti, preziose. Sono stato iscritto all’Anpi sino a che il vecchio partigiano che teneva aperta la sezione nella Casa del Popolo non è morto. Comunque e ovunque io sia, il 25 aprile ottiene da parte mia un omaggio personale di cui difficilmente parlo. Momento di riflessione intima. Come la visita solitaria al tuo personale sacrario di cui hai ritrosia a parlare persino alle persone dell’amore. Anni fa a Roma, col cognato che veniva dal nord dove fischiava il vento ed ha infuriato la bufera, sono andato alla commemorazione sulla piazza del Campidoglio. Molti anni addietro, coi figli ancora al seguito, furono le Fosse Ardeatine, poi porta San Paolo, e un’altra volta alla Sinagoga.

Prima, nella Genova della mia storia, c’erano altre occasioni: sovente il sacrario della Benedicta, tutto l’appennino e le prealpi liguri delle divisioni partigiane garibaldine. Oppure lungo l’antica via Postumia, il territorio della Brigata partigiana Pinan Cichero. Dopo la Liberazione, 1951, in quella vallata, il regista Carlo Lizzani girò il film “Achtung! Banditi!”. Neorealismo resistente con molti attori improvvisati. Il mio amico Bruno Berellini, comandante partigiano vero e poco credibile fidanzato cinematografico della giovanissima Gina Lollobrigida. Bruno fece altri due film accanto a personaggi come Marcello Mastroianni e Giulietta Masina, prima di tornare a fare il tecnico alla centrale del gas. Tra i ‘banditi’ cinematografici c’era anche Pietro Ferro, intellettuale tormentato nel film, mio capo cronista al Secolo XIX

A Genova, lo avrete capito, siamo orgogliosi del nostro 25 aprile. Anzi, del 24, il giorno in cui i nostri padri si sono ribellati salvando da soli la città, le sue industrie e il suo porto. Il 23 l’ordine di insurrezione. Il 24 si combatte lungo tutta la Val Polcevera, la mia vallata, e il ponente operaio dei cantieri navali. Alle 19,30 il generale tedesco Gunther Meinhold, a Villa Migone, firma l’atto di resa. Le armate alleate, bloccate dai combattimenti a La Spezia, arriveranno nella Genova liberata due giorni dopo. Per la storia e per il mio orgoglio, vi propongo poche righe dell’atto di resa tedesco. “In Genova il giorno 25 aprile 1945 alle ore 19.30, tra il sig. Generale Meinhold […] e il Presidente del Comitato di Liberazione Nazionale per la Liguria, sig. Remo Scapini, assistito dall’avv. Errico Martino e dott. Giovanni Savoretti […]”.

Citazione testuale per richiamare l’attenzione su quel “Sig. Remo Scapini”, che aveva, come “assistenti”, un “avv.” e un “dott.”. Remo Scapini, il comandante partigiano che accetta e firma l’atto di resa di un’intera divisione tedesca, non era un “Signore”, era un operaio ed era un operaio comunista, come mio padre. Che mio padre fosse operaio l’ho capito compiutamente quando, ai miei 9 anni, l’ho visto morire di silicosi, malattia dei polmoni che non si contrae respirando l’aria condizionata degli uffici. Che fosse comunista l’ho scoperto più avanti, quando ho ritrovato una tessera del partito che mia madre, di famiglia pretesca e cattolicamente prudente, aveva accuratamente nascosto. Pericoloso, in quegli anni ’60, dirsi comunisti. Oggi è memoria di battaglie e di speranze. E di illusione ed errori.

Che mio papà abbia avuto a che fare con i partigiani l’ho scoperto a 21 anni, alla maggiore età, quando lo zio tutore mi consegnò una piccola “Mauser 6.35”, la pistola degli ufficiali tedeschi che era stata lasciata da mio padre. Non credo che il suo proprietario originario abbia goduto della pensione. C’è una bella e breve poesia del poeta genovese Edoardo Firpo a cui tengo molto. «Sant’Antonin / Sant’Antonin / suvia Staggen / sonna cianin / cianin … cianin / che nu s’addescian i Partigen / lascia che dorman / cumme sun morti / cu sacrifiziu da zuentù … ». Azzardo una traduzione: “Sant’Antonio (Antonino) / Sant’Antonino / sopra Staglieno (il cimitero monumentale di Genova) / suona pianino / pianino … pianino / che non si sveglino i Partigiani / Lascia che dormano / come sono morti / col sacrificio della gioventù”.

§§§

A Roma sono arrivato da adulto. Ed è a Roma, sul percorso del giornalismo d’assalto che ho conosciuto un altro eccezionale resistente. L’ho incontrato e ne sono diventato amico. Un onore. Si chiamava Peter Tompkins. Peter era stato uno dei liberatori di Roma ed era stato un protagonista delle battaglie democratiche successive. Difficile scrivere qualche cosa su Peter che non lo faccia arrabbiare anche da morto. Difficile immaginarlo finalmente quieto. Aveva 88 anni e riusciva a far sentire te un vecchietto. Peter è l’americano più bello dentro che ho conosciuto, anche se lui non amava essere americano, soprattutto dopo la saga dei Bush. Lui era un eroe e non voleva esserlo. Lui era un ricco borghese che non voleva esserlo. Lui è stato una grande spia durante la seconda guerra mondiale e non amava le spie.

Peter Tompkins, che si è spento negli Stati Uniti, è stato un eroe della Resistenza italiana. Onorificenze ed attestati della nostra Repubblica, ma soprattutto, la stima di coloro che hanno avuto la fortuna di conoscerlo. Scrivere di un amico (un maestro) confonde le idee, e la sua vita incredibile non aiuta certo. Peter è nato ad Atene di Georgia, ma ha trascorso gran parte della sua infanzia tra Roma e la Toscana. Sua mamma era una famosa cantante lirica e suo padre uno scultore. Scherzava sull’amicizia che aveva legato la vedette del bel canto a Bernard Shaw, di cui aveva l’arguzia. Allo scoppio della guerra mondiale, dall’università di Harvard torna in Italia come giornalista del New York Herald Tribune e poi della NBS. Nel 1941 entra nell’OSS, la struttura di spionaggio americano nel corso della guerra, da cui nasce la Cia.

Quando gli Alleati liberano la Sicilia, lui è sbarcato clandestinamente sul litorale di Roma per coordinare l’attività delle formazioni partigiane in vista dello sbarco d’Anzio per la liberazione della Capitale. Visse da clandestino nella Roma dell’occupazione nazista del generale Kesselring, avendo come interlocutori, tra le fila partigiane, Riccardo Bauer, Giuliano Vassalli, Giorgio Amendola, Franco Malfatti, e tanti altri combattenti che non videro la Liberazione. Grazie all’azione di quella cellula partigiana, ha recentemente scritto Tompkins citando documenti ufficiali americani, fu salvata la testa di ponte di Anzio. Molti del gruppo clandestino, compreso Maurizio Giglio (medaglia d’oro alla Resistenza), suo strettissimo collaboratore, finirono trucidati alle Fosse Ardeatine. Peter nel 1945 riprese a fare il giornalista.

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Alla vigilia di un 25 aprile morì don Bartolomeo Ferrari, don Berto, cappellano partigiano che se n’andò a 96 anni. Lui era davvero un resistente in tutto. Un amico genovese m’ha raccontato che al funerale di quel prete c’erano più di 15 gonfaloni comunali con i rispettivi sindaci, e tutte le ANPI del territorio della divisione Mingo. Don Berto era salito in montagna con i partigiani nel 1944, autorizzato e forse anche incoraggiato dall’allora cardinale Boetto. Così descriveva don Bartolomeo Ferrari il foglio di ricerca della questura repubblichina: “Oltre ad essere il cappellano della Divisione, il sacerdote funziona come avvocato difensore presso il tribunale comunista dei ribelli dell’Olba”. Don Berto fu anche l’anima del giornale della Divisione. “Il ribelle”, titolo bellissimo seguito dalla precisazione: “esce quando può e quando vuole”.

Un amico genovese mi ha regalato un brano significativo dal primo numero del Ribelle. Titolo, “La parola del vostro cappellano”. “Continuate a lottare con fede e con lo spirito di sacrificio, che è proprio della vita del partigiano, ricordate la nostra bella canzone, che tante volte di giorno e di notte è risuonata per valli e piani: Fischia il vento, infuria la bufera, scarpe rotte eppur bisogna andar. Non dimenticate però che noi combattiamo per la verità e la giustizia. Nessuna nostra azione sia in contrasto coi nostri ideali. Mai veniamo meno ai nostri doveri. Dobbiamo essere noi i primi nella vita privata ed in quella di partigiani a saper usare della libertà, ad agire con rettitudine e con giustizia. Con questi sani principi nel cuore e nella vita d’azione, anche se noi cadremo, rimarrà il contributo che avremo dato per l’Italia di domani”.

Sinceramente oggi avrei qualche problema a spiegare il 25 aprile e l’Italia e la sua politica e i valori della Resistenza più o meno condivisi oggi, a un don Berto che ora sarebbe ultracentenario; o all’altro prete, il mio amico Andrea Gallo della comunità di San Benedetto al Porto, di Genova ovviamente; o a Pietro Ferro giornalista apparentemente cinico; o a Remo Scapini operaio e comandante partigiano che costrinse alla resa una intera divisione tedesca, e infine a Peter Tompkins, americano suo malgrado. Nessuno di loro c’è più, eppure nessuno di loro è morto invano. Se noi non consentiremo che annacquino o rottamino anche la memoria del 25 aprile, festa della Liberazione.

10 luglio 2022

IL CARTAIO - NUMERO UNICO DEL 1 LUGLIO 1909

La copia de IL CARTAIO, Organo della Lega Cartai di Tivoli, conservata nell'Archivio Nazionale Centrale di Firenze, riporta in prima pagina due articoli: il primo intitolato " IL NOSTRO MOTIVO" firmato 'La Direzione', ed il secondo "LA TRIBUNA DEL CARTAIO". Quest'ultimo è incompleto in quanto non disponiamo della pagina successiva. Questo "foglio", che riporta il prezzo di 5 Cent., è stato stampato il 1 luglio 1909 e viene definito 'Numero Unico' ha l'obiettivo di organizzare il proletariato ed i lavoratori della carta presenti a Tivoli nelle numerose cartiere ormai perfettamente funzionanti.


Trascriviamo per intero il primo articolo così come è stampato in quanto la lettura dalla stampa è abbastanza difficoltosa e di non facile interpretazione.


IL NOSTRO MOTIVO

Questo giornale che esce oggi in numero unico e si riprodurrà, forse, in forma di bollettino mensile non ha per ora che uno stretto carattere professionale.

Richiamare i cartai in ispecie, il proletariato in genere alla necessità di una organizzazione forte, agguerrita, cosciente, che entri nel giuoco delle forze cittadine e pesi sul destino delle trasformazioni amministrative e politiche, nel tempo stesso che suscita una fioritura di battaglie economiche: - ecco il nostro scopo più urgente -. 

Perché il proletariato industriale, che altrove ha sovvertito indirizzi di governo amministrativo e tradizioni di contese politiche, che ha svecchiato con un soffio potente consuetudini di vita e di lavoro, il proletariato industriale, che è la sola energia espressa dai rapporti economici dell'età moderna, si trova ancora a Tivoli in uno stato di inferiorità tale che lo assenta da ogni manifestazione della vita pubblica.

Si che le due o tre formule contendenti che hanno alimentato fin qui i programmi dalle diverse frazioni aspiranti alla vittoria municipale, si sono ripetute e trasmesse a traverso gli anni con melanconica uniformità.

Il proletariato era assente! Noi abbiamo potuto contare delle vittorie anticlericali e democratiche - politiche soddisfazioni che non hanno peraltro concorso a sollevare la grande massa operaia, la quale è rimasta nello stato stesso in cui si trovava sotto il dominio dei clericali.

Or che cosa è dunque una vittoria democratica che non si alimenti delle rosse linfe operaie, e non diventi una forza suscitatrice per la grande e dimenticata massa dei lavoratori?

La democrazia nel concetto mazziniano, doveva essere come la vigilia della festa proletaria, un fascio di forze politiche che dovesse servire a schiudere la via alla redenzione economica del proletariato.

Ma a punto per questo la democrazia deve trarre diretta ispirazione dai problemi che urgono alle necessità economiche e morali del proletariato e rimanervi legata perennemente in concordia di spirito e di azioni.

Noi non potremmo veramente dire, senza nascondere con opportunistica ipocrisia il nostro pensiero, che qui a Tivoli, si sia realizzato questo che noi riteniamo il principale dovere della democrazia.

I lavoratori sono stati abbandonati a se stessi e i pochi che hanno osato pretendere una organizzazione operaia sono stati lasciati deboli e indifesi alla mercè della persecuzione padronale e della reazione dei retrivi elementi cittadini. 

Così il proletariato ha avuto il destino di alterne vicende: affidato alla resistenza di pochi è stato or vittorioso or disfatto, ma non ha mai potuto contare sopra un compatto nucleo di forze che lo sorreggesse, lo educasse, lo traesse fuori dalla penombra delle osterie e dai gas micidiali delle officine.

E la democrazia tiburtina avrebbe avuto tanto bisogno di cimentare la propria fede e sprigionare i propri entusiasmi in questa diffusa opera di elevazione proletaria! Se non altro per vivere più intensamente, e per rinnovare quelle due o tre formule, che si trasmettono ormai e si ripetono con melanconica uniformità.


Ma che giova ormai riandare il passato? Noi abbiamo constatato senza desiderio di critiche o di rimproveri: la democrazia vera, la democrazia che vive dell'avvenire, ci deve salutare con gioia perché noi intendiamo far del proletariato non un elemento di critica ma una viva forza di azione.

I cartai hanno troppo spesso conservato a riguardo loro la indifferenza della cittadinanza, la poca considerazione dei partiti politici più avanzati.

Un fatto individuale si è fatto risalire ad una responsabilità collettiva, un episodio si è esagerato sino a renderlo una abitudine generale. Se alcuno v'è stato tra i cartai che abbia dato prova di poca educazione e di nessuna coscienza politica si è gridato senza misericordia il crucifige in tutta la classe, e la si è lasciata in oblio, come un non valore come una forza inutile e sconosciuta.

E pure è questa inutile forza che costituisce la base dell'economia cittadina, è da questa massa amorfa, inconsapevole, ineducata, che si potrebbe sprigionare domani l'impeto capace di rinnovare moralmente e materialmente Tivoli.

E perché allora tanto disdegno e tanta severità per un fatto singolare, per un episodio transitorio? 

I cartai sono ignoranti, è vero? Ma ... e chi ha mai provveduto ad istruirli? I cartai costituiscono qualche volta nel fervore delle battaglie elettorali, un elemento infido, ma chi si è mai preso la briga di stringerli, di conferire ad essi una sicura coscienza politica?

E di che vi lamentate se la causa di questa inferiorità morale e politica siete voi?

A Tivoli mancano scuole per il proletariato, come mancano organizzazioni capaci di rivendicare i diritti degli operai contro lo sfruttamento capitalistico.

A Tivoli, città eminentemente moderna per le ricchezze della natura e il carattere delle industrie, manca una vera coscienza di vita moderna.


Noi siamo convinti che soltanto il risveglio del proletariato sarà capace della grande trasformazione.

Cominciando da oggi un'opera nuova abbiamo intenzione di creare una scuola per gli analfabeti e per i non elettori, di promuovere un corso di conferenze educative, di richiamare l'attenzione dei lavoratori su tutti i problemi della loro esistenza.

Più specialmente i cartai hanno interesse a seguirci in quest'opera.

Essi debbono ancora modificare regolamenti, far rispettare le norme di lavoro che esistono, sistemare i turni definitivamente, provvedere alla sùbita costituzione di quelle Commissioni Operaie nell'interno delle cartiere, che nessuno industriale contrariamente alle disposizioni regolamentari ha mai costituito.

Debbono provvedere alla stabilità della Loro condizione, facendo in modo che gli industriali, abbiano l'obbligo di inserirli alla Cassa Pensioni per la Vecchiaia. Infinite sono Insomma e di vario carattere le questioni che debbono richiamare i cartai alla benefica opera della Lega.

Essi hanno oggi un compito grande da compiere: conquistare la coscienza de' loro interessi, la simpatia della cittadinanza, la fiducia delle altre classi operaie, che noi tenteremo di organizzare.

Ricordino i cartai i benefizi ottenuti attraverso la lega per il passato, e tornino all'azione con rinnovata energia.

Molto cammino è da compiere, molte vittorie sono ancora da conseguire. Noi siamo qui al nostro posto, malgrado le insidie dei padroni, le calunnie degli incoscienti, la indifferenza dei partiti. E ci resteremo ancora, per il bene e per la civiltà degli operai fino alla fine.

La Direzione


 

La prima pagina de "IL CARTAIO" stampato dalla Lega dei Cartai di Tivoli il 1 luglio del 1909


Una parte del secondo articolo: "LA TRIBUNA DEL CARTAIO" sarà trascritta in un altro post di prossima pubblicazione.

20 giugno 2022

IN RICORDO DI CLETO INNOCENTI ANTIFASCISTA

Dante Cornelli dedica, a Cleto Innocenti, due paginette del suo Quarto libretto(1).


Dante Corneli individua Cleto Innocenti nella fila dei seduti sotto il sindaco
socialista Arnaldo Parmegiani che però noi, in questa foto non abbiamo riconosciuto



CLETO INNOCENTI


"Piccolino, ma sempre a punto e “arizzelato”(2), è riuscito a resistere, a superare le intemperie, le violenze e tutti i guai di questo ventesimo secolo, mentre molti altri più grandi e più forti di lui, e più furbi e maligni, non hanno resistito. Lui, così piccolo, come un ragazzino, con “Giggetto lu sartore”, anch'egli uomo molto debole, mingherlino e strano, furono i primi precursori, i primi apostoli del socialismo nella città di Tiburto(3).

Chi dei vecchi dirigenti del PSI non è venuto a Tivoli?

Quanti comizi! Quanti discorsi!

Erano questi due tiburtini, Giggetto e Cleto, che invitavano gli oratori, stampavano ed attaccavano i manifesti, con la carrozzella li aspettavano alla stazione, dopo il comizio li portavano a Manfrella(4), o al ristorante del Plebiscito(5) … ed era sempre Cleto che … pagava del suo. Mi dicevano che ci fu qualcuno che approfittava di questo suo debole. Quando una volta cercai di chiarire la cosa e ne parlai con Cleto, lui con modestia schivò il discorso. 


Difficile trovare nella nostra città un altro compagno che del partito e del socialismo se ne sia fatto un mito, ed abbia creduto con tanta devozione e abnegazione come lui. Timido, modesto, faceva tutto silenziosamente, inosservato. Nelle riunioni non abbiamo mai sentito la sua voce. Aspettava con pazienza che gli affidassero qualche incarico, che lui svolgeva con grande devozione e puntualità.


Tra tanti compagni che avevamo in Tivoli, durante il fascismo, quando a Tivoli venivano gerarchi e capi di governo, tra i primi che venivano arrestati e rinchiusi a Regina Coeli, c'era Cleto innocenti.

È stato lui a conservare la bandiera rossa che venne issata sul monte della Croce dopo la caduta del fascismo.

L’ho rivisto dopo circa mezzo secolo. Come sempre timido, modesto e povero di parola, commosso mi guardava sembrava mi dicesse: “eccomi qui, non so’ cambiato …, dammi qualcosa da fare …".

Rimasi male quando qualche ora dopo lo rividi… con lo sguardo smarrito incerto cercare qua e là il suo piccolo bastone. Da circa un'ora lo cercava per la città, nei posti dove era stato: non riusciva a ritrovarlo. Calmo, in silenzio, un po' avvilito, uscì senza il bastone dicendomi: “Chi sa dove l'ho lasciato. Me ne farò un altro!”.

Modesto, semplice, con la sua grande devozione più che altro mistica, senza mai nulla chiedere e tutto sacrificando, Cleto ha vissuta la sua lunghissima vita come pochissimi lo hanno fatto."




Dal Casellario Politico Centrale

Innocenti Cleto

data di nascita 1882

luogo di nascita Tivoli, Roma, Lazio, Italia

luogo di residenza  Tivoli, Roma, Lazio, Italia

colore politico  comunista

condizione/mestiere/professione  cartaio

Unità archivistica

busta 2636

estremi cronologici 1930-1942

nel fascicolo è presente  scheda biografica

I00735


Su Cleto Innocenti leggi anche: https://claudiotivoli.blogspot.com/2021/02/risveglio-di-teppismo-rosso.html?m=1

_________________

1 da Dante Corneli LOTTE CONQUISTE ILLUSIONI ERRORI

DOPOGUERRA 1919 - 1922

Seconda parte. pag. 40

2 Sistemato, in ordine, vestito bene

3 Un modo alternativo per indicare la città di Tivoli

4 Noto Ristorante dell’epoca che si trovava all’inizio di via della Sibilla che porta a piazza della Cittadella

5 Ristorante dell’epoca, centralissimo e molto frequentato, sito nella omonima piazza del Plebiscito

17 giugno 2022

LA LOTTIZZAZIONE NATHAN INTORNO ALLA VILLA DI ADRIANO

 La più grande speculazione edilizia a ridosso della villa di Adriano, oggi Patrimonio dell'UNESCO, iniziò negli anni che precedettero il cosiddetto "Boom economico"; era il 1960 ed una cordata di imprenditori locali presentò un progetto per costruire una città ( un milione e mezzo di metri cubi) confinante con la Villa di uno dei più famosi imperatori romani. Interessante la ricostruzione che ne fa l'Unità in una pagina dell'ottobre del 1991.



Il progetto fu approvato dal Consiglio Comunale di Tivoli nel 1965 ma per un ventennio di fatto la Nathan non decollò. Fu nel 1989 che una società legata agli ambienti andreottiani del mattone, che prese in mano le redini del progetto e da quel momento iniziarono a gonfiarsi le vele: Nulla osta della Soprintendenza delle Belle Arti, autorizzazioni della Regione Lazio, approvazione in Consiglio Comunale. La questione, in un primo momento, venne sollevata dall'ex sindaco comunista Massimo Coccia che scrisse un articolo sul periodico Hinterland. 

Nelle figure che seguono le composizioni dei Consigli Comunali del periodo 1964 - 1970 e quello del periodo 1990 - 1993; da notare come, prima della riforma dell'elezione a Sindaco, il primo cittadino cambiava in corso di consigliatura

Consiglio Comunale di Tivoli dal novembre del 1964 all'aprile del 1970 - pag 160

Consiglio Comunale di Tivoli dal novembre del 1964 all'aprile del 1970 - pag 161

Consiglio Comunale di Tivoli dal maggio 1990  all'agosto del 1993 - pag 170

Consiglio Comunale di Tivoli dal maggio 1990  all'agosto del 1993 - pag 171

Negli anni '90 vi fu un'aggregazione politica critica verso la lottizzazione Nathan formata da Pci-Pds, parte del Psi e Verdi. Anche le associazioni ambientaliste, come per esempio Legambiente, intrapresero una battaglia giudiziaria contro la cementificazione dell'area e vi furono riduzioni di cubature  ed anche iniziative di procedure penali da parte del sostituto Procuratore della Pretura di Roma (Andrea Padalino) che delineò un reato di distruzione e deturpamento delle bellezze naturali (art. 734 del C.P.).

Dal giugno del 1999 al febbraio del 2003 e nella consigliatura successiva, tutte e due guidate dal sindaco Marco Vincenzi, con assessore all'urbanistica Franca Capone entrambi dei Democratici di Sinistra, provarono con un nuovo progetto a dare linfa alla lottizzazione Nathan che però non portò a nulla di concreto. Ad oggi sembra ancora tutto fermo ma la “politica” del mattone è sempre attiva e vedremo dopo il sindaco Proietti quali saranno le sorti del patrimonio Unesco minacciato da improbabili discariche e palazzi dormitorio.

 FONTI:

- Archivio del L'Unità

- Sindaci, Consiglieri e assessori del Comune di Tivoli dal nov. 1870 al febbraio 2008 - A cura di Mario Marino - Comune di Tivoli

07 giugno 2022

TIVOLI 6 GIUGNO 1944: I MARTIRI DELL'ARETTA

 L'Aretta è un vocabolo della campagna tiburtina zona colli di Santo Stefano. È sempre stata una zona di uliveti e nell'afoso giugno del 1944 si combatteva la battaglia di Roma con le truppe nazifasciste che si stavano ritirando per riorganizzare il fronte più a Nord. Roma fu liberata il 4 giugno del 1944 e sulla via Tiburtina e sulle altre strade consolari, i tedeschi erano in ritirata verso il Nord.

A causa dei bombardamenti e dei cannoneggiamenti degli alleati, la popolazione della città di Tivoli si rifugiava nelle gallerie ferroviarie, nelle campagne e nelle grotte naturali che si trovavano nei dintorni della città. Alcune di queste grotte si trovavano nella zona degli Arci sotto il Monte Ripoli ma dalla parte della via Empolitana. Il Monte Ripoli e la Dea Bona ad ovest guardano la pianura romana nella zona di via Pomata e dei colli di Santo Stefano.

Gli alleati cannoneggiavano verso la città di Tivoli mentre avanzavano ma gli occupanti delle grotte pensavano che era meglio smettere di sparare perché non si vedevano più tedeschi in giro. Ma così non era e quando alcuni ragazzi scesero dalle alture, per andare incontro agli alleati per dire che i tedeschi erano fuggiti e che non era più necessario sparare, incontrarono una retroguardia tedesca, probabilmente sabotatori, che li catturò e li fucilò in mezzo agli ulivi dell'Aretta, vicino al fontanile dei Colli di Santo Stefano.

Nel 2015 questo era lo stato della Stele che ricordava l'assassinio dei tre giovani fucilati all'Aretta

Gli antifascisti di Tivoli, nella primavera del 2015, dopo aver chiesto l'autorizzazione al proprietario dell'uliveto, fecero un'opera di bonifica e di ripulitura sia dei luoghi che della stele per iniziare un percorso di memoria antifascista fino ad allora assente.

Ecco il testo che si legge sulla lapide ritrovata:

QUESTA PIETRA RICORDA AI POSTERI 

IL SACRIFICIO GENEROSO 

DELLE GIOVANI VITE VENTENNI DI

DESIDERI FRANCO

CALORE SERGIO

COSTANTINI AMLETO

BRUTALMENTE ASSASSINATI DA

PIOMBO TEUTONICO MENTRE

TENTAVANO DI RISPARMIARE

ALTRE VITTIME ALLA LORO

TIVOLI

A MANE E A VESPRO E

SPIRITUALMENTE IRRORATA

DAL PIANTO DEI GENITORI

In questo sintetico video c'è la memoria di quella iniziativa che riportò alla luce la vicenda dell'uccisione dei tre giovani.



 

01 giugno 2022

LO SCIOPERO DEL '63 DEGLI STUDENTI DELL'ARMELLINI DI TIVOLI

 Non molti qui a Tivoli conoscono le origini e la storia dell'Istituto Tecnico Industriale Statale "Alessandro Volta" attualmente con due sedi: una a Tivoli in via S. Agnese, dopo la stazione ferroviaria, e la seconda a Guidonia in via Roma. Nel 2014 vi fu un grande evento al teatro Giuseppetti di Tivoli per ricordare i cinquanta anni dalla fondazione che avvenne nel 1964.

Ed ecco allora il motivo della curiosità di questo ritaglio di giornale: lo sciopero degli alunni ci fu perché il Preside Giusti chiuse la scuola in quanto le aule prefabbricate situate a Largo S. Angelo (La Mutua per i tiburtini) non erano in grado di contenere i cinquecento allievi che si erano iscritti ai corsi di Elettrotecnica. Era l'ottobre del 1963, io avevo nove anni, e la scuola ancora non si chiamava Alessandro Volta perché era una succursale dell'Armellini di Roma.

La pagina numero 5 de l'UNITÀ del 9 ottobre 1963. Il "Volta" non era ancora nato, la scuola era la succursale dell'Istituto "Armellini" di Roma



Ecco un ritaglio del Verbale nr. 1 del Collegio dei Professori del 12 Novembre 1964 da dove possiamo leggere al terzo punto all'Ordine del giorno: “Intitolazione Istituto”. Tale documento prova che fino al 12/11/1964 l'istituto non era ancora stato intitolato e quindi era ancora una succursale dell'Armellini di Roma. In questo periodo, si vede sul verbale, che il Preside è il Prof. Lorenzo Silipigni.


L’inizio del verbale n. 1 del Collegio Plenario dei Professori
del 12 novembre 1964



Una buona parte della storia dell'Alessandro Volta di Tivoli è sta raccolta in una pubblicazione di cui presentiamo la copertina in una foto che non rende bene e che presto sarà sostituita con una migliore.

Frontespizio del libro che celebrò i 50 anni del Volta,
curato dai proff. Marcello Eletti, Tonino Bernardini e  Claudio Proietti

Quando, nel giro di un anno, fu inaugurata la sede di via S. Agnese, le aule vennero occupate, di li a breve, dagli studenti del Liceo di Tivoli in quanto anche loro avevano carenza di aule. 

Sul finire degli anni '60 e la fine degli anni '70, a Tivoli si costruirono altre due scuole: il Liceo Scientifico di piazzale Saragat, vicino al cimitero, e l'istituto Enrico Fermi per Geometri e Ragionieri di via Acquaregna; questa però è tutta un'altra storia che racconterò in un altro post dedicato agli scioperi ed alle occupazioni del 1969-1970 che il sottoscritto visse in prima persona.

18 aprile 2022

SOCIETÀ SPORTIVA AVANTI - TIVOLI 1946

 Con la preziosa collaborazione di un compagno socialista di Tivoli e da un altro importante contatto, siamo riusciti, per la verità più lui, Marco DEL PRIORE  che il sottoscritti, ad assegnare la maggior parte dei nominativi di alcuni personaggi ad una bella fotografia del 1946. La maggior parte delle informazioni Marco DEL PRIORE le ha ricevute direttamente dal signor Sandro SILVAGGI, figlio dell'allora allenatore della squadra che è il secondo da sinistra riconoscibile perché è l'unico con il cappello. 

Società Sportiva "AVANTI" - Squadra di calcio della Città di Tivoli - Campo Ripoli 1946

Non siamo riusciti, finora, a dare tutti i nomi a quei giovani calciatori che, per passione calcistica e fede politica, militavano nella gloriosa squadra cittadina dell'AVANTI. Vogliamo però mostrare, anche se il lavoro è incompleto il risultato che abbiamo raggiunto, attraverso l'elaborazione di una silhouette: ad ogni figura che abbiamo numerato corrisponde un calciatore. Abbiamo quindi fatto corrispondere il nome che abbiamo trovato al numero della silhouette.

1: AMICUCCI, 2: SILVAGGI, 3: CHIACCHIO, 4: N.P., 5: N.P., 6: PASSINI, 7: PASSERI, 8: DEL PRIORE GIOVANNI, 9: DEL PRIORE GINO, 10: N.P., 11: N.P., 12: FACCENNA, 13: RICCI, 14: MEUCCI, 15: PETRUCCI, 16: PICCHI. - N.P. sta per Non Pervenuto.


Ci piacerebbe conoscere i nomi di tutti questi ragazzi e per questo rendiamo pubblica la foto anche se il lavoro non è stato ancora completato. Siete invitati a commentare se conoscete gli anonimi e ad aiutarci a completare il quadro.


21 gennaio 2022

LA LIBERAZIONE DI VALLEPIETRA E LA RESISTENZA CIVILE DI DON SALVATORE MERCURI



Sui monti Simbruini, da Tivoli al confine con l'Abruzzo, furono centinaia i giovani che, per motivi diversi, si ritrovarono a "vivere" il periodo settembre 1943 - giugno 1944 (liberazione di Roma). Come abbiamo in altri post raccontato, questi giovani potevano essere ex prigionieri alleati che avevano intrapreso la via delle montagne per potersi ricongiungersi al proprio esercito: oppure erano dei giovani renitenti alla leva che trovarono la via della montagna il luogo più sicuro per aspettare l'arrivo degli alleati.
Questo documento redatto il 7 giugno del 1944 a Vallepietra dal Tenente Colonnello Pasquale Robiglio, non solo conferma queste ipotesi ma dichiara il ruolo attivo di un uomo della chiesa nell'aiuto ai "resistenti" che transitavano o si rifugiarono in quella zona.
Vallepietra, piccolo borgo nei pressi del santuario della SS. Trinità, si trova tra l'Abruzzo e la Valle dell'Aniene, vicino a Jenne, sopra Subiaco: venne liberata il 6 giugno 1944 dall'8 Divisione Indiana che inseguiva le divisioni tedesche in ritirata verso Nord. Don Salvatore MERCURI si occupò costantemente di chi aveva bisogno di un giaciglio, di una minestra e di una coperta per coprirsi nelle fredde notti da passare in montagna.









Qui di seguito la trascrizione del documento redatto dal Tenente Colonnello Pasquale Reviglio per una lettura più agevole.


COMUNE DI VALLEPIETRA
PROVINCIA DI ROMA
DICHIARAZIONE
Io sottoscritto, Robiglio Pasquale Tenente Colonnello della R.A.r.n., a capo della organizzazione dei patrioti del Comune di Valle pietra, attesto che il Reverendo Don Salvatore MERCURI, sin dal mese di settembre 1943 al 6 giugno 44 giorno della liberazione di Vallepietra, ha cooperato con assoluta dedizione e prestato infaticabilmente la sua opera attiva ed intelligente a favore della organizzazione stessa.
In modo particolare il predetto Reverendo prestò continua ed efficace assistenza ai prigionieri di guerra anglo-americani, agli Ufficiali italiani, a militari in genere e giovani di leva sbandati nelle montagne di questo Comune.
Pur sapendo a quali gravi sanzioni avrebbe potuto incorrere qualora elementi nazi-fascisti avessero scoperto la sua attività, non tralasciò mai di tenere alto lo spirito patriottico nel paese.
In relazione all'opera patriottica e di favoreggiamento svolta dal Reverendo D. Salvatore affiancata a quella dell'ex Podestà Tiraterra, si specifica quanto in appresso:
1- Gli Ufficiali militari e giovani di leva fuggiaschi, che nei vari periodi della occupazione tedesca hanno trovato ospetalità nel Comune di Vallepietra, sono stati sempre confortati dal necessario aiuto materiale e morale;
2- Molti dei settanta-ottanta prigionieri di guerra alleati dimoranti nella zona, sono stati ricevuti nella sua casa per essere confortati ed assistiti; in più occasioni Don Salvatore tentava con ogni mezzo di sviare le ricerche tedesche con cosciente disprezzo dei pericoli cui si esponeva; 
3-La sua personale costante opera patriottica svolta nel paese ha fatto si che, ad eccezione di pochissimi elementi bene individuati, si sia sempre mantenuto altissimo lo spirito patriottico. Tale opera avveniva nelle forme più svariate sia prendendo contatto con i giovani che nelle prediche domenicali, rendendosi in tal modo meritevole dalla Patria; 
4-L'opera patriottica svolta dal Reverendo Don Salvatore risale all'epoca antecedente all'occupazione dell'Italia da parte dei Tedeschi, tanto che egli nel periodo maggio-ott. 1940 venne denunziato alla Commissione di disciplina per antifascismo. 
Io sottoscritto, all'atto della partenza da Vallepietra, desidero con la presente testimonianza far risaltare l'opera altamente patriottica e meritevole svolta dal Reverendo Don Salvatore formulando il voto che l'attività di cui trattasi possa trovare il dovuto riconoscimento da parte delle Autorità Italiane ed Alleate.
Fatto in Vallepietra il 7 giugno 1944
IL TEN.COL.R.AA.r.n.
(Pasquale Robiglio)

Credit: 
- Gruppo fb "Roma Città Aperta - Gli anni della guerra"
- Gruppo fb "Hunter World War II"
- Carlo Galeazzi per la trascrizione

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