23 luglio 2022

A CIASCUNO IL SUO 25 APRILE

Un editoriale di Ennio Remondino di qualche anno fa sul 25 aprile rivela la sua profonda conoscenza della Resistenza, dei Partigiani e di alcuni "eroi" che ha incontrato nella sua vita vissuta sempre da Antifascista. 


Roma, 1944.
Peter Tompkins con una valigia piena di documenti segreti e la pistola personale


Il nostro 25 aprile (Genova il 24)
L’operaio Scapini e il generale
Peter Tompkins e Don Berto

Ennio Remondino 25 aprile 2018 Editoriale su Remocontro.it

Il nostro 25 aprile. Ad ognuno il suo: per non perderlo, per non perderci

Il nostro 25 aprile, cose dette quattro anni fa, agli inizi di Remocontro, rivisitate oggi pensando che, un bel pezzo di politica ufficiale, Parlamenti e partiti vincitori, difficilmente celebreranno oggi la festa della Liberazione.
Editoriale datato, 4 feste dalla Liberazione fa.
Allora tempi di rottamazione dentro la sinistra.
Oggi, a sinistra rottamata, salviamo almeno il 25 aprile, festa della Liberazione dell’Italia dal nazifascismo.

Roma, 25 aprile 2014
Il nostro 25 aprile. E’ nella storia personale e di famiglia sentire molto vicina la giornata del 25 aprile. Resistenza, lotta di liberazione e antifascismo sono parole importanti, preziose. Sono stato iscritto all’Anpi sino a che il vecchio partigiano che teneva aperta la sezione nella Casa del Popolo non è morto. Comunque e ovunque io sia, il 25 aprile ottiene da parte mia un omaggio personale di cui difficilmente parlo. Momento di riflessione intima. Come la visita solitaria al tuo personale sacrario di cui hai ritrosia a parlare persino alle persone dell’amore. Anni fa a Roma, col cognato che veniva dal nord dove fischiava il vento ed ha infuriato la bufera, sono andato alla commemorazione sulla piazza del Campidoglio. Molti anni addietro, coi figli ancora al seguito, furono le Fosse Ardeatine, poi porta San Paolo, e un’altra volta alla Sinagoga.

Prima, nella Genova della mia storia, c’erano altre occasioni: sovente il sacrario della Benedicta, tutto l’appennino e le prealpi liguri delle divisioni partigiane garibaldine. Oppure lungo l’antica via Postumia, il territorio della Brigata partigiana Pinan Cichero. Dopo la Liberazione, 1951, in quella vallata, il regista Carlo Lizzani girò il film “Achtung! Banditi!”. Neorealismo resistente con molti attori improvvisati. Il mio amico Bruno Berellini, comandante partigiano vero e poco credibile fidanzato cinematografico della giovanissima Gina Lollobrigida. Bruno fece altri due film accanto a personaggi come Marcello Mastroianni e Giulietta Masina, prima di tornare a fare il tecnico alla centrale del gas. Tra i ‘banditi’ cinematografici c’era anche Pietro Ferro, intellettuale tormentato nel film, mio capo cronista al Secolo XIX

A Genova, lo avrete capito, siamo orgogliosi del nostro 25 aprile. Anzi, del 24, il giorno in cui i nostri padri si sono ribellati salvando da soli la città, le sue industrie e il suo porto. Il 23 l’ordine di insurrezione. Il 24 si combatte lungo tutta la Val Polcevera, la mia vallata, e il ponente operaio dei cantieri navali. Alle 19,30 il generale tedesco Gunther Meinhold, a Villa Migone, firma l’atto di resa. Le armate alleate, bloccate dai combattimenti a La Spezia, arriveranno nella Genova liberata due giorni dopo. Per la storia e per il mio orgoglio, vi propongo poche righe dell’atto di resa tedesco. “In Genova il giorno 25 aprile 1945 alle ore 19.30, tra il sig. Generale Meinhold […] e il Presidente del Comitato di Liberazione Nazionale per la Liguria, sig. Remo Scapini, assistito dall’avv. Errico Martino e dott. Giovanni Savoretti […]”.

Citazione testuale per richiamare l’attenzione su quel “Sig. Remo Scapini”, che aveva, come “assistenti”, un “avv.” e un “dott.”. Remo Scapini, il comandante partigiano che accetta e firma l’atto di resa di un’intera divisione tedesca, non era un “Signore”, era un operaio ed era un operaio comunista, come mio padre. Che mio padre fosse operaio l’ho capito compiutamente quando, ai miei 9 anni, l’ho visto morire di silicosi, malattia dei polmoni che non si contrae respirando l’aria condizionata degli uffici. Che fosse comunista l’ho scoperto più avanti, quando ho ritrovato una tessera del partito che mia madre, di famiglia pretesca e cattolicamente prudente, aveva accuratamente nascosto. Pericoloso, in quegli anni ’60, dirsi comunisti. Oggi è memoria di battaglie e di speranze. E di illusione ed errori.

Che mio papà abbia avuto a che fare con i partigiani l’ho scoperto a 21 anni, alla maggiore età, quando lo zio tutore mi consegnò una piccola “Mauser 6.35”, la pistola degli ufficiali tedeschi che era stata lasciata da mio padre. Non credo che il suo proprietario originario abbia goduto della pensione. C’è una bella e breve poesia del poeta genovese Edoardo Firpo a cui tengo molto. «Sant’Antonin / Sant’Antonin / suvia Staggen / sonna cianin / cianin … cianin / che nu s’addescian i Partigen / lascia che dorman / cumme sun morti / cu sacrifiziu da zuentù … ». Azzardo una traduzione: “Sant’Antonio (Antonino) / Sant’Antonino / sopra Staglieno (il cimitero monumentale di Genova) / suona pianino / pianino … pianino / che non si sveglino i Partigiani / Lascia che dormano / come sono morti / col sacrificio della gioventù”.

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A Roma sono arrivato da adulto. Ed è a Roma, sul percorso del giornalismo d’assalto che ho conosciuto un altro eccezionale resistente. L’ho incontrato e ne sono diventato amico. Un onore. Si chiamava Peter Tompkins. Peter era stato uno dei liberatori di Roma ed era stato un protagonista delle battaglie democratiche successive. Difficile scrivere qualche cosa su Peter che non lo faccia arrabbiare anche da morto. Difficile immaginarlo finalmente quieto. Aveva 88 anni e riusciva a far sentire te un vecchietto. Peter è l’americano più bello dentro che ho conosciuto, anche se lui non amava essere americano, soprattutto dopo la saga dei Bush. Lui era un eroe e non voleva esserlo. Lui era un ricco borghese che non voleva esserlo. Lui è stato una grande spia durante la seconda guerra mondiale e non amava le spie.

Peter Tompkins, che si è spento negli Stati Uniti, è stato un eroe della Resistenza italiana. Onorificenze ed attestati della nostra Repubblica, ma soprattutto, la stima di coloro che hanno avuto la fortuna di conoscerlo. Scrivere di un amico (un maestro) confonde le idee, e la sua vita incredibile non aiuta certo. Peter è nato ad Atene di Georgia, ma ha trascorso gran parte della sua infanzia tra Roma e la Toscana. Sua mamma era una famosa cantante lirica e suo padre uno scultore. Scherzava sull’amicizia che aveva legato la vedette del bel canto a Bernard Shaw, di cui aveva l’arguzia. Allo scoppio della guerra mondiale, dall’università di Harvard torna in Italia come giornalista del New York Herald Tribune e poi della NBS. Nel 1941 entra nell’OSS, la struttura di spionaggio americano nel corso della guerra, da cui nasce la Cia.

Quando gli Alleati liberano la Sicilia, lui è sbarcato clandestinamente sul litorale di Roma per coordinare l’attività delle formazioni partigiane in vista dello sbarco d’Anzio per la liberazione della Capitale. Visse da clandestino nella Roma dell’occupazione nazista del generale Kesselring, avendo come interlocutori, tra le fila partigiane, Riccardo Bauer, Giuliano Vassalli, Giorgio Amendola, Franco Malfatti, e tanti altri combattenti che non videro la Liberazione. Grazie all’azione di quella cellula partigiana, ha recentemente scritto Tompkins citando documenti ufficiali americani, fu salvata la testa di ponte di Anzio. Molti del gruppo clandestino, compreso Maurizio Giglio (medaglia d’oro alla Resistenza), suo strettissimo collaboratore, finirono trucidati alle Fosse Ardeatine. Peter nel 1945 riprese a fare il giornalista.

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Alla vigilia di un 25 aprile morì don Bartolomeo Ferrari, don Berto, cappellano partigiano che se n’andò a 96 anni. Lui era davvero un resistente in tutto. Un amico genovese m’ha raccontato che al funerale di quel prete c’erano più di 15 gonfaloni comunali con i rispettivi sindaci, e tutte le ANPI del territorio della divisione Mingo. Don Berto era salito in montagna con i partigiani nel 1944, autorizzato e forse anche incoraggiato dall’allora cardinale Boetto. Così descriveva don Bartolomeo Ferrari il foglio di ricerca della questura repubblichina: “Oltre ad essere il cappellano della Divisione, il sacerdote funziona come avvocato difensore presso il tribunale comunista dei ribelli dell’Olba”. Don Berto fu anche l’anima del giornale della Divisione. “Il ribelle”, titolo bellissimo seguito dalla precisazione: “esce quando può e quando vuole”.

Un amico genovese mi ha regalato un brano significativo dal primo numero del Ribelle. Titolo, “La parola del vostro cappellano”. “Continuate a lottare con fede e con lo spirito di sacrificio, che è proprio della vita del partigiano, ricordate la nostra bella canzone, che tante volte di giorno e di notte è risuonata per valli e piani: Fischia il vento, infuria la bufera, scarpe rotte eppur bisogna andar. Non dimenticate però che noi combattiamo per la verità e la giustizia. Nessuna nostra azione sia in contrasto coi nostri ideali. Mai veniamo meno ai nostri doveri. Dobbiamo essere noi i primi nella vita privata ed in quella di partigiani a saper usare della libertà, ad agire con rettitudine e con giustizia. Con questi sani principi nel cuore e nella vita d’azione, anche se noi cadremo, rimarrà il contributo che avremo dato per l’Italia di domani”.

Sinceramente oggi avrei qualche problema a spiegare il 25 aprile e l’Italia e la sua politica e i valori della Resistenza più o meno condivisi oggi, a un don Berto che ora sarebbe ultracentenario; o all’altro prete, il mio amico Andrea Gallo della comunità di San Benedetto al Porto, di Genova ovviamente; o a Pietro Ferro giornalista apparentemente cinico; o a Remo Scapini operaio e comandante partigiano che costrinse alla resa una intera divisione tedesca, e infine a Peter Tompkins, americano suo malgrado. Nessuno di loro c’è più, eppure nessuno di loro è morto invano. Se noi non consentiremo che annacquino o rottamino anche la memoria del 25 aprile, festa della Liberazione.

10 luglio 2022

IL CARTAIO - NUMERO UNICO DEL 1 LUGLIO 1909

La copia de IL CARTAIO, Organo della Lega Cartai di Tivoli, conservata nell'Archivio Nazionale Centrale di Firenze, riporta in prima pagina due articoli: il primo intitolato " IL NOSTRO MOTIVO" firmato 'La Direzione', ed il secondo "LA TRIBUNA DEL CARTAIO". Quest'ultimo è incompleto in quanto non disponiamo della pagina successiva. Questo "foglio", che riporta il prezzo di 5 Cent., è stato stampato il 1 luglio 1909 e viene definito 'Numero Unico' ha l'obiettivo di organizzare il proletariato ed i lavoratori della carta presenti a Tivoli nelle numerose cartiere ormai perfettamente funzionanti.


Trascriviamo per intero il primo articolo così come è stampato in quanto la lettura dalla stampa è abbastanza difficoltosa e di non facile interpretazione.


IL NOSTRO MOTIVO

Questo giornale che esce oggi in numero unico e si riprodurrà, forse, in forma di bollettino mensile non ha per ora che uno stretto carattere professionale.

Richiamare i cartai in ispecie, il proletariato in genere alla necessità di una organizzazione forte, agguerrita, cosciente, che entri nel giuoco delle forze cittadine e pesi sul destino delle trasformazioni amministrative e politiche, nel tempo stesso che suscita una fioritura di battaglie economiche: - ecco il nostro scopo più urgente -. 

Perché il proletariato industriale, che altrove ha sovvertito indirizzi di governo amministrativo e tradizioni di contese politiche, che ha svecchiato con un soffio potente consuetudini di vita e di lavoro, il proletariato industriale, che è la sola energia espressa dai rapporti economici dell'età moderna, si trova ancora a Tivoli in uno stato di inferiorità tale che lo assenta da ogni manifestazione della vita pubblica.

Si che le due o tre formule contendenti che hanno alimentato fin qui i programmi dalle diverse frazioni aspiranti alla vittoria municipale, si sono ripetute e trasmesse a traverso gli anni con melanconica uniformità.

Il proletariato era assente! Noi abbiamo potuto contare delle vittorie anticlericali e democratiche - politiche soddisfazioni che non hanno peraltro concorso a sollevare la grande massa operaia, la quale è rimasta nello stato stesso in cui si trovava sotto il dominio dei clericali.

Or che cosa è dunque una vittoria democratica che non si alimenti delle rosse linfe operaie, e non diventi una forza suscitatrice per la grande e dimenticata massa dei lavoratori?

La democrazia nel concetto mazziniano, doveva essere come la vigilia della festa proletaria, un fascio di forze politiche che dovesse servire a schiudere la via alla redenzione economica del proletariato.

Ma a punto per questo la democrazia deve trarre diretta ispirazione dai problemi che urgono alle necessità economiche e morali del proletariato e rimanervi legata perennemente in concordia di spirito e di azioni.

Noi non potremmo veramente dire, senza nascondere con opportunistica ipocrisia il nostro pensiero, che qui a Tivoli, si sia realizzato questo che noi riteniamo il principale dovere della democrazia.

I lavoratori sono stati abbandonati a se stessi e i pochi che hanno osato pretendere una organizzazione operaia sono stati lasciati deboli e indifesi alla mercè della persecuzione padronale e della reazione dei retrivi elementi cittadini. 

Così il proletariato ha avuto il destino di alterne vicende: affidato alla resistenza di pochi è stato or vittorioso or disfatto, ma non ha mai potuto contare sopra un compatto nucleo di forze che lo sorreggesse, lo educasse, lo traesse fuori dalla penombra delle osterie e dai gas micidiali delle officine.

E la democrazia tiburtina avrebbe avuto tanto bisogno di cimentare la propria fede e sprigionare i propri entusiasmi in questa diffusa opera di elevazione proletaria! Se non altro per vivere più intensamente, e per rinnovare quelle due o tre formule, che si trasmettono ormai e si ripetono con melanconica uniformità.


Ma che giova ormai riandare il passato? Noi abbiamo constatato senza desiderio di critiche o di rimproveri: la democrazia vera, la democrazia che vive dell'avvenire, ci deve salutare con gioia perché noi intendiamo far del proletariato non un elemento di critica ma una viva forza di azione.

I cartai hanno troppo spesso conservato a riguardo loro la indifferenza della cittadinanza, la poca considerazione dei partiti politici più avanzati.

Un fatto individuale si è fatto risalire ad una responsabilità collettiva, un episodio si è esagerato sino a renderlo una abitudine generale. Se alcuno v'è stato tra i cartai che abbia dato prova di poca educazione e di nessuna coscienza politica si è gridato senza misericordia il crucifige in tutta la classe, e la si è lasciata in oblio, come un non valore come una forza inutile e sconosciuta.

E pure è questa inutile forza che costituisce la base dell'economia cittadina, è da questa massa amorfa, inconsapevole, ineducata, che si potrebbe sprigionare domani l'impeto capace di rinnovare moralmente e materialmente Tivoli.

E perché allora tanto disdegno e tanta severità per un fatto singolare, per un episodio transitorio? 

I cartai sono ignoranti, è vero? Ma ... e chi ha mai provveduto ad istruirli? I cartai costituiscono qualche volta nel fervore delle battaglie elettorali, un elemento infido, ma chi si è mai preso la briga di stringerli, di conferire ad essi una sicura coscienza politica?

E di che vi lamentate se la causa di questa inferiorità morale e politica siete voi?

A Tivoli mancano scuole per il proletariato, come mancano organizzazioni capaci di rivendicare i diritti degli operai contro lo sfruttamento capitalistico.

A Tivoli, città eminentemente moderna per le ricchezze della natura e il carattere delle industrie, manca una vera coscienza di vita moderna.


Noi siamo convinti che soltanto il risveglio del proletariato sarà capace della grande trasformazione.

Cominciando da oggi un'opera nuova abbiamo intenzione di creare una scuola per gli analfabeti e per i non elettori, di promuovere un corso di conferenze educative, di richiamare l'attenzione dei lavoratori su tutti i problemi della loro esistenza.

Più specialmente i cartai hanno interesse a seguirci in quest'opera.

Essi debbono ancora modificare regolamenti, far rispettare le norme di lavoro che esistono, sistemare i turni definitivamente, provvedere alla sùbita costituzione di quelle Commissioni Operaie nell'interno delle cartiere, che nessuno industriale contrariamente alle disposizioni regolamentari ha mai costituito.

Debbono provvedere alla stabilità della Loro condizione, facendo in modo che gli industriali, abbiano l'obbligo di inserirli alla Cassa Pensioni per la Vecchiaia. Infinite sono Insomma e di vario carattere le questioni che debbono richiamare i cartai alla benefica opera della Lega.

Essi hanno oggi un compito grande da compiere: conquistare la coscienza de' loro interessi, la simpatia della cittadinanza, la fiducia delle altre classi operaie, che noi tenteremo di organizzare.

Ricordino i cartai i benefizi ottenuti attraverso la lega per il passato, e tornino all'azione con rinnovata energia.

Molto cammino è da compiere, molte vittorie sono ancora da conseguire. Noi siamo qui al nostro posto, malgrado le insidie dei padroni, le calunnie degli incoscienti, la indifferenza dei partiti. E ci resteremo ancora, per il bene e per la civiltà degli operai fino alla fine.

La Direzione


 

La prima pagina de "IL CARTAIO" stampato dalla Lega dei Cartai di Tivoli il 1 luglio del 1909


Una parte del secondo articolo: "LA TRIBUNA DEL CARTAIO" sarà trascritta in un altro post di prossima pubblicazione.

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